lunedì 30 dicembre 2013

Appunti su Alberto Cavallone



Alberto Cavallone è una scoperta di Nocturno Cinema. Nessuno se ne vuole appropriare. Tutt’altro. Davide Pulici e Manlio Gomarasca sono i critici che hanno convinto molti appassionati a rivalutare l’opera di un autore sfortunato. Sono state benemerite le convention, la Cavalloniana 2013, insomma tutte le occasioni per parlare di un regista poco noto al grande pubblico. Abbiamo dato a Cesare quel che è di Cesare. Adesso partiamo. 
 

Alberto Cavallone (Milano, 1939 - 1998) esordisce con un documentario (La sporca guerra, 1959/60) e con un film normale rimasto inedito (Lontano dagli occhi, 1962); subito dopo si dedica a pellicole poco convenzionali e trasgressive, affrontando il tema del sesso e della violenza, spesso calate in un’atmosfera malsana. Un regista interessante, ma disprezzato dalla critica, che finisce per girare cinema porno con la firma di Dirk Morrow e Baron Corvo. La sua attrice feticcio - presente in quasi ogni opera - era Jane Avril, nome d’arte di Maria Pia Luzi, che nella vita quotidiana era sua moglie. Roberto Poppi ci soccorre con l’esaustiva filmografia (I Registi italiani - Gremese): La sporca guerra (1959-60), Lontano dagli occhi (inedito) (1962), Le salamandre (1968), Dal nostro inviato a Copenaghen (1970), Quickly (Spari e baci a colazione) (1971), Afrika (1973), Zelda (1974), Spell (Dolce mattatoio) (1976), Maldoror (inedito) (1976), Blue movie (1978), Blow Job (Dolce gola) (1980), La gemella erotica (Due gocce d’acqua) (1980), Il padrone del mondo (firmato Dirk Morrow) (1982), Il nano erotico (firmato Baron Corvo) (1982), Pat, una donna particolare (firmato Baron Corvo) (1982). Cavallone gira film dal 1962 al 1982, poi si ferma, ma nel solito periodo lavora anche come soggettista e sceneggiatore: La lunga sfida (1964) di Nino Zanchin, Per amore… per magia (1966) di Duccio Tessari e La guerra del ferro (1982) di Umberto Lenzi. In questi brevi appunti, scritti per incentivare la conoscenza delle opere di un regista dimenticato, ci occuperemo di due lavori realizzati tra il 1974 e il 1976: Zelda e Spell (Dolce mattatoio). 

Zelda (1974)
 
 
Regia, Soggetto, Sceneggiatura, Montaggio: Alberto Cavallone. Fotografia. Maurizio Centini (Technicolor - Technoscope). Produzione: GIT International Film, realizzata da Giuseppe Tortorelle e Aldo Colombo. Assistente al Montaggio: Claudio Orecchia. Musiche: Marcello Giombini (Edizioni Nazionalmusic). Scenografie: Luciana Schiratti. Distribuzione. PAB. Durata: 85’. Interpreti: Jane Avril (Maria Pia Luzi) (Zelda), Franca Gonella (la figlia), James Harris (Giuseppe Mattei) (il marito), Debebe Eshetu (motociclista di colore), Margaret Keil (Ursula), Halima Kim (Clarissa, moglie del corridore), Giovanna Mainardi (governante), Mario Garriba, Mario De Angelis, Luigi Antoni Guerra, Lia Colizzi.
 
 
Zelda è un film sulle trasgressioni erotiche che Cavallone immortala senza inibizioni mettendo in scena rapporti a tre, pratiche saffiche, tradimenti e sesso cimiteriale. La trama si riassume in poche righe. Zelda (Avril) è sposata con Henry, famoso corridore automobilistico, ma è attratta dalle donne e convince a entrare nel letto del marito prima Ursula (Keil), poi Clarissa (Kim), moglie del motociclista (Eshetu) che nel tempo libero frequenta la figlia Ingrid (Gonella). Il triangolo si spinge alle estreme conseguenze, la figlia spia i rapporti dei genitori, ne prova dolore, ma non è migliore di loro; il padre tenta il suicidio, ma resta paralitico. Alla fine Zelda, Ursula e il motociclista uccidono Clarissa soffocandola, mentre la moglie taglia le vene al marito.   
 
 
Alberto Cavallone non amava Zelda: “Un lavoro che non m’interessa molto. Il discorso che volevo fare, - il crinale tra la vita e la morte, il rischio come sale dell’esistenza… -, non è venuto fuori. Ne è uscita un storia che, per conto mio, di buono ha alcune riprese, poche sequenze e, abbastanza, la musica” (intervista rilasciata a Nocturno). La pellicola, in realtà, è molto trasgressiva e i soli motivi d’interesse sono da ricercare nel gusto per l’estremo, tipico del regista. La scene di culto vede Franca Gonella impegnata a far l’amore in un cimitero con Debebe Eshetu, vicino alla tomba del padre. Questa sequenza sopra le righe costò il sequestro del film per venti giorni, ma anche il resto non meno piccante: vero e proprio collage di rapporti lesbici e di sequenze calde, eccesive per il periodo storico. Il regista infarcisce la pellicola di documentari sul mondo del motorismo e dell’automobilismo, con vere gare riprese per troppi minuti, ma anche di un volo suicida a bordo di un aereo.

 
Jane Avril è conturbante nel suo ruolo da protagonista lesbica, Franca Gonella è sexy e trasgressiva come non l’avevamo mai vista, Margaret Keil e Halima Kim eccedono ai limiti del porno. Il film è un giallo erotico molto spinto ambientato nel mondo del motorismo con alcune sequenze girate nella ormai storica cascata di Manziana. Un precursore del cinema porno, se si vuole, vista la tematica trasgressiva e le numerose sequenze erotiche. I flani recitavano: “Una ventata di eccitante erotismo una donna insaziabile sempre tesa alla provocazione… le piaceva soffrire e far soffrire…”. Niente di eccezionale. Paolo Mereghetti concede una stella e mezzo, ma ha il merito di citare un film che Farinotti e Morandini (volutamente?) dimenticano: “Cavallone rende esplicitamente omaggio a George Bataille, rappresentando un’eroina che compensa la morte di Dio con esperienze sempre più estreme. Ma situazioni, attori e dialoghi sono inadeguati. Suggestivo solo il finale con un’orgia-girone infernale. Guai con la censura dell’epoca per la scena in cui Ingrid fa l’amore sulla tomba del padre, e discreti incassi”.  


 
 
Spell (Dolce mattatoio) (1976)

 
Regia, Soggetto, Sceneggiatura, Montaggio: Alberto Cavallone. Fotografia: Giovanni Bonicelli (Eastmancolor). Scenografie: Joseph Teichner. Direttore di Produzione: Giuseppe Scavuzzo. Produzione: Nicolò Pomilia per Stefano Film. Distribuzione: Stefano Film. Musica: Claudio Tallino (Edizioni Musicali Aris). Aiuto Regista: Fabio Spaltro. Interni: Studi De Paolis. Durata: 103’. Interpreti: Jane Avril (Maria Pia Luzi), Martial Boschero, Angela Doria, Emanuele Guarino, Macha Magall, Aldo Massasso, Antonio Rea, Corrado Merani, Agostino Pilastri, Fabio Spaltro, Stefania Spugnini, Josiane Tanzilli, Monika Zanchi, Paola Montenero, Luigia Giuri, Nino Col, Mario Pasquarelli, Giulio Sepioni, Domenico Rizzo.
 
 
Spell (Dolce mattatoio) è stato rieditato con il pirandelliano titolo de L’uomo, la donna e la bestia, ma resta un buon film con protagonista la provincia italiana, vizi e virtù di un mondo piccolo. Alberto Cavallone lo gira a casa propria - Castelnuovo di Porto - tra processioni, sagre di paese, bambini che giocano, inserti documentaristici e parti di pura fiction per raccontare il degrado della provincia. Un vagabondo arriva in paese e semina scompiglio - come il ragazzo del pasoliniano Teorema (1968) - tra situazioni marginali che vedono protagonisti molti abitanti e che sono lo specchio della realtà. Vediamo Monica Zanchi (ragazza del mese su Playboy 1976) nel ruolo di una giovane prostituta che se la fa con un integerrimo carabiniere ed è al centro dei sogni erotici del paese. Un perverso macellaio spia le ragazzine, si masturba con i quarti di bue, sogna di giocare a biliardo con la vulva della Zanchi, si chiude nella cella frigorifera con Jasmine Tanzilli che fugge via e pone un occhio animalesco nella vagina. 
 
 
La sequenza che vede la Zanchi a vulva aperta sul tavolo da biliardo è stata realizzata in un vero bar, molto controvoglia; l’attrice pretese la presenza del solo attore maschio e di un operatore. Un intellettuale marxista (Pilastri) vive con la moglie pazza (Paola Montenero) che mangia nel bagno, beve l’acqua del water, scopa con il vagabondo e finisce per defecargli in bocca prima di massacrarlo a forbiciate. Questa è la sequenza più estrema del film, ripresa in primo piano, ma il regista giura di averla realizzata con cioccolata e polenta. Ancora una volta si notano echi di Pasolini, del recente Salò (1975), opera postuma più che trasgressiva. Critica politica con un giornale dove c’è scritto “Mao è morto” e lui si rende conto che non è più tempo di credere al partito. Molte scene riprendono la vita di provincia, vera protagonista in negativo, tra osterie, parrocchie, Luna Park, bambini che giocano con la fionda e con il pallone nei campetti dell’oratorio. 
 
 
Rapporto moglie - marito anni Settanta, quasi da padre padrone, tradimenti immaginati, masturbazioni nascoste, preti che nutrono sogni carnali, carabinieri corrotti che recitano da perfetti padri di famiglia. Il film è girato molto bene, ricco di particolari e di movimenti di macchina convulsi, anche se i dialoghi sono modesti e artefatti. L’atmosfera è torbida, sottolineata da un buon commento musicale e da affermazioni come “La realtà è l’unica medicina per andare avanti. Sognare non serve a niente”. Abbiamo una figlia messa incinta dal padre che vorrebbe scappare via con lui ma alla fine resta in paese e i genitori sono concordi nell’organizzare un matrimonio riparatore con il primo che capita. Vizio, depravazione, immoralità, tra musica da balera e sensazioni forti, ubriachi che parlano di politica e follia individuale. Il dolce mattatoio è la provincia, l’inferno quotidiano dove sopravvivere, tra parti oniriche che ritraggono sogni erotici inconfessabili come far l’amore con il prete che si toglie la tonaca o con un ragazzino di passaggio. 
 
 
Il regista a un certo punto butta là un suo pensiero e lo mette in bocca a un personaggio: “Non ho ancora capito se il mio è un lavoro serio. Forse bisognerebbe pensare solo alla realtà. Sono stanco di ricevere bidoni al posto della realtà. Ne ho abbastanza dei preservativi sulle idee”. Un erotismo malsano la fa da padrone con echi surrealisti, dipinti con la testa di Lenin sulla vulva femminile, corpi nudi che si riflettono sugli specchi, un gallo che canta e segna il passare del tempo. 
 
 
Un film che non consente mezze misure: si ama o si odia. Manlio Gomarasca scrive su Nocturno: “Cavallone cuoce un sublime piatto di lucida follia in cui si fondono insieme Bataille e merda, falsa ideologia comunista e la lingua serpeggiante di Monika Zanchi, la vagina occhiuta di Jasmine Tanzilli, con i quarti di manzo scopati dal macellaio”. Per Delirium è a livelli sublimi, un’opera maestra come Viva la muerte di Fernando Arrabal o La morte ha fatto l’uovo di Giulio Questi. A nostro avviso un lavoro pirandelliano, una commedia di maschere, ma anche guareschiano, con la figure del prete che convince i ragazzini a vendere i biglietti della lotteria e i comunisti con L’Unità sotto braccio. Impossibile non citare Pasolini per i molti riferimenti, dal vagabondo che sconvolge la quiete del paese alla merda ingurgitata dal ragazzo prima dell’eccidio. Fellini fa capolino nel finale, quando il ragazzino abbandona il paese di notte e si ferma con lo sguardo fisso nella macchina da presa. Come non ricordare il finale de I vitelloni (1953) quando Franco Interleghi - Moraldo, alter ego del regista - lascia in treno la sua provincia? Autobiografia del regista che lascia il paese per tentare l’avventura intellettuale. Bataille con la Storia dell’occhio e De Sade con le mille perversioni tratte dai suoi libri, ma soprattutto da Le 120 giornate di Sodoma, sono fonti sicure d’ispirazione, così come la rilettura del poeta maledetto francese Lautréamont. 
 
 
Paolo Mereghetti concede ben tre stelle: “Probabilmente il film più riuscito e originale del regista - sceneggiatore milanese che mette in scena una violenza visiva inusitata, in cui la placida provincia viene fatta interagire con un surrealismo e un erotismo che all’epoca non facevano parte dell’immaginario dei mass media. Il discorso è alogico, ma inquietante e disturbante: un viaggio nel’inconscio e nei lati più oscuri che non ha uguali nel cinema italiano. Malsano, sincero e senza catarsi”.
 
 

sabato 28 dicembre 2013

Persona (1966)



di Ingmar Bergman


Titolo Originale: Persona. Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Ulla Ryghe. Scenografia: Bibi Lindström. Costumi: Mago. Trucco: Börje Lundh, Tina Johannsson. Musica: Lars Johan Werle, brani da Concerto per violino in E maggiore di Johann Sebastian Bach. Suono: P.O. Pettersson. Effetti Speciali: Evald Andersson. Produzione: Lars-Owe Carlberg per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana. INDIEF. Riprese: 19 luglio - 15 settembre (Isola di Fårö, Studi di Råsunda, Stoccolma). Prima Proiezione: 18 ottobre 1966. Durata. 84’. Bianco e Nero. Origine: Svezia, 1966.



Interpreti: Bibi Andersson (Alma), Liv Ullmann (Elisabeth Vogler), Margaretha Krook (la dottoressa), Gunnar Björnstrand (il signor Vogler), Jörgen Lindström (il bambino, figlio di Elisabeth). 


 
Persona è un film complesso e originale dotato di una trama scarna e molta introspezione psicologica, interpretato da due attrici ben calate nei rispettivi ruoli che riescono a scavare a fondo nella personalità femminile, dando vita a un confronto che diventa compenetrazione di due anime. Bergman considera Persona -insieme a Sussurri e grida (1973) - uno dei suoi film più avanzati. Si tratta del primo dei quattro film che Bergman ha scritto nell’isolamento dell’Isola di Fårö, insieme a Vergogna, L’ora del lupo e Passione, dopo aver attraversato un lungo periodo di depressione. Bergman riflette sulla condizione dell’artista, quindi anche su se stesso, ricorrendo alle due figure femminili. Persona è il titolo originale svedese, con riferimento al termine latino dramatis persona: personaggio, interprete. La maschera viene indossata -pirandellianamente - da ogni persona vivente, il dualismo che Bergman affronta è quello che viviamo ogni giorno: essere o apparire. Il mutismo in cui si chiude l’attrice, che alla fine pronuncerà soltanto una parola (nulla) è una metafora dell’incomunicabilità umana, anche se Bergman sottolinea la necessità dell’altro per arrivare alla scoperta di noi stessi. 


Alma (Andersson) è un’infermiera che deve occuparsi di Elisabeth Vogler (Ullmann), un’attrice di teatro che dopo aver sofferto un episodio di afasia durante un’interpretazione dell’Elettra si è chiusa in un mutismo ostinato e non vuole più uscirne. L’attrice rifiuta il suo mondo, la sua realtà, tutto le appare privo di senso, il confronto tra “quel che è per se stessa” e “quel che deve essere per gli altri” le pare insostenibile. L’infermiera, logorroica e appassionata del suo lavoro, prende a cuore il compito, anche se non si ritiene all’altezza, racconta tutta se stessa alla paziente che la sta a sentire, come se fosse un soggetto da studiare, sorridendo, senza pronunciare una sola parola. Una crisi improvvisa interrompe le confidenze quando l’infermiera scopre che l’attrice rivela per lettera le sue esternazioni alla direttrice della clinica. Le due entità finiscono per assorbirsi l’una nell’altra, in un rapporto che sembra amore ma a volte è odio, forse entrambi i sentimenti si fondono in un gioco di scambi e di sensazioni reciproche. Elisabeth assorbe nella sua personalità silenziosa l’io interiore di Alma e al tempo stesso l’infermiera finisce per condizionare la paziente con i suoi racconti. Bergman spiega bene questa situazione ricorrendo al trucco scenografico di raccontare le ultime fasi della storia da due prospettive diverse, inquadrando prima una protagonista poi l’altra, quindi fondendo le due immagini in un montaggio onirico che dà vita a una persona composta da due volti. Vediamo un rapporto coniugale fantastico tra Alma e il marito di Elisabeth, così come sarà l’infermiera a raccontare il difficile momento vissuto dall’attrice con un figlio non voluto che non le fa esprimere la sua personalità. L’immedesimazione fantastica e psicologica delle due personalità è completa.  


L’incipit di Persona è complesso, forse datato, figlio d’una cultura psichedelica anni Sessanta, e di difficile spiegazione, ma è stato lo stesso Bergman ad affermare che ha voluto “mostrare la materia della pellicola” per far capire che non vuole limitarsi alla fiction ma intende “andare oltre i limiti della rappresentazione cinematografica”. Bergman risale alle origini del suo rapporto con il cinema attraverso un caleidoscopio di immagini che scorrono sullo schermo, una serie di inquadrature oniriche che non hanno una funzione narrativa ma vogliono soltanto stupire. Bergman racconta per immagini la storia del cinema con sequenza che scandalizzano (un pene eretto), sconvolgono (le stimmate), disturbano (un ragno) e rappresentano il movimento della pellicola. Il bambino che si sveglia in un ospedale dalle pareti bianche (forse un obitorio) potrebbe essere un’allusione al ricovero del regista, mentre gli squilli di sirena che si odono sono gli impegni teatrali che lo attendono e lo sollecitano. Il bambino accarezza un’immagine femminile costituita da due volti: è la materia stessa del film che sta per cominciare, una donna dalla doppia personalità, o meglio, due personalità di donna che si fondono in una. Bergman stesso - e parte della critica - hanno spiegato questa allusione femminile alla figura di “una madre assente, lontana, indecifrabile e irraggiungibile”. La madre bergmaniana. 


Persona è uno dei film più teatrali di Bergman, fotografato in un nitido e spettrale bianco e nero - una scelta indovinata, visto il tema - da Sven Nykvist, sia negli interni ospedalieri e casalinghi (Studi di Råsunda, Stoccolma) che sull’Isola di Fårö (tra fiordi e spaccati marini), recitato da manuale da due attrici straordinarie. Liv Ullmann non dice una parola per tutto il film, soltanto un emblematico nulla nell’ultima sequenza, ma interpreta magistralmente un personaggio tormentato ricorrendo a sorrisi, sguardi languidi e gesti teatrali. Bibi Andersson è una logorroica infermiera, una persona comune che si immedesima nella vita della paziente e mette a nudo la sua anima raccontando i suoi amori e la sua esistenza. Molti i monologhi di stampo teatrale, anzi, direi che il film è scritto come un lungo monologo affidato alla recitazione verbale di Bibi Andersson e agli sguardi intensi di Liv Ullmannn. I movimenti di macchina sono minimi, lenti e compassati, molta camera fissa, tanti primissimi piani e piani sequenza, spesso vediamo l’attore che si rivolge alla macchina presa in una sorta di confessione. Il regista ritorna spesso sulle immagini oniriche iniziali interrompendo il film con filmati violenti della guerra in Vietnam e della Seconda Guerra Mondiale che sconvolgono lo spettatore, immedesimato nel dolore e nell’angoscia dell’attrice di fronte a simili spettacoli. 


La scelta del mutismo praticata dall’attrice è un sorta di riparo dalle intemperie della vita, l’apatia eletta a codice di esistenza, forse un elemento autobiografico che vuole indicare le crisi espressive e i momenti di depressione di cui Bergman ha sofferto. Le due donne si conoscono sempre di più fino a fondere le loro anime nelle rispettive esistenze, tra scenate di odio e sfoghi di rabbia, attenuate da momenti di tenerezza. Il testo è molto letterario (“Odori di sonno e di pianto”) e descrive bene l’esistenza di due donne chiuse nella solitudine in una casa di mare, il loro conflitto esistenziale vissuto in una dimensione onirica. Persona è stato distribuito in Svezia il 18 ottobre 1966, senza alcun taglio, nonostante la materia trattata. In Italia venne vietato dalla Commissione di Primo Grado ai minori di anni diciotto (visto censura 9/12/966), proibizione ridotta dalla Commissione di Secondo Grado ai minori di anni quattordici (visto censura 17/1/1967), grazie ad alcuni tagli. Il monologo dell’infermiera che racconta il rapporto d’amore sulla spiaggia nella versione italiana non contiene nessuna espressione giudicata sconveniente, scompare ogni riferimento a sperma, seni, scroto, masturbazione, sedere, orgasmo, pube, fellatio, amplesso


La forza del linguaggio e della confessione erotica viene eliminata, così come tutta la materia a rischio è tagliata dall’edizione che circola in Italia, persino il pene eretto nelle sequenze oniriche iniziali. Resta il divieto ai minori di anni quattordici motivato dal tono angoscioso del film, controindicato per individui ancora in formazione. Persona uscì anche in Francia, sei mesi dopo rispetto al nostro paese, il 5 luglio 1967, distribuito in una versione edulcorata ma in maniera meno pesante rispetto a quella italiana. Negli Stati Uniti il dialogo dell’infermiera subì solo alcuni tagli. 


Breve rassegna critica. Morandini (quattro stelle): “Due personaggi nella rarefatta cornice di una camera di ospedale e di una spiaggia deserta. Rapporto vampiresco tra un’attrice malata, murata in un mutismo ossessivo, e la sua infermiera che, paziente, aspetta. Stilisticamente è l’opera più sperimentale di Bergman i cui temi tipici (angoscia davanti alla violenza, egoismo, paura della morte e della procreazione) sono calati in un pessimismo radicale”. Mereghetti (tre stelle): “Qualche didascalismo di troppo e i collage di immagini e filmati scioccanti a inizio e metà film sono piuttosto datati, ma la regia di Bergman (coadiuvato dal mirabile bianco e nero di Sven Nykvist) è di una precisione chirurgica e le due attrici sono eccezionali”. 


Gunnar Björnstrand, storico attore di Bergman che nel film interpreta il ruolo del marito di Elisabeth in una breve sequenza onirica, ha detto in un’intervista rilasciata alla Rai: “Conobbi Bergman in teatro quando entrambi eravamo molto poveri, recitavo Ibsen sotto la sua guida e lui non aveva soldi per pagarmi. Tra di noi non correva buon sangue. Poi lui si mise a fare film seri e io recitavo in commedie popolari, commerciali. Donne in attesa è il primo film che abbiamo fatto insieme, poi mi ha chiamato spesso e io ho sempre lavorato volentieri con lui. Il rapporto tra di noi è migliorato molto. Bergman è un grande regista, un vero psicologo dotato di intuito e immaginazione che sa creare un buon rapporto con gli attori e riesce a tirare fuori da loro il meglio che possono dare. Sulla scena c’è un clima di grande emozione che funge da stimolo per un attore, che a mio parere non deve essere il pappagallo del regista, ma aggiungere il suo contributo al film. Bergman pretende molto dagli attori, ma dopo aver lavorato con lui un attore non è più lo stesso, è migliorato. Definirei Bergman come una giornata d’aprile in Svezia: la mattina splende il sole e la sera arriva la grandine. Ma forse sono troppo duro. No, Bergman è una tersa giornata d’estate. Lui è un uomo eccezionale, nutre affetto per chi ha lavorato con lui e stringe un rapporto che va oltre il film.


Liv Ullmann, storica attrice di Bergman, ha affermato: “Bergman è un uomo straordinario, gentile, intelligente, sensibile. Potrebbe fare qualunque altra cosa e la farebbe bene, ma ha scelto di fare il regista per far capire il senso della vita con il cinema”. Non è poco.

 

venerdì 27 dicembre 2013

Luci lontane (1987)


di Aurelio Chiesa
 

Regia: Aurelio Chiesa. Soggetto: Giuseppe Pederiali (romanzo Venivano dalle stelle). Sceneggiatura: Aurelio Chiesa, Roberto Lerici, Roberto Leoni. Fotografia: Renato Tafuri. Montaggio: Anna Napoli. Musica: Angelo Branduardi (edizioni Musicali Bixio). Aiuto Regista: Beatrice Banfi. Direttore di Produzione: Fernando Franchi. Produttore: Claudio Argento. Produttore Associato: Giuseppe Valeri. Casa di Produzione: Produzioni Intersound Roma e Rete Italia. Scenografia: Andrea Crisanti. Costumi: Beatrice Bordone. Interpreti: Tomas Milian, Laura Morante, William Berger, Giacomo Piperno, Susanna Martinkova, Mirella Falco, David Filosi, Alberto Capone, Isabelle Illiers, Ani Cerreto, Bettina Ciampolini, Clara Colosimo, Alvaro Gradella, Salvatore Iacono, Franco Pistoni, Loredana Romito, Gina Stag.

 
Luci lontane è la dimostrazione di come si possa girare un buon film di fantascienza anche in Italia, senza disporre grandi mezzi ma soltanto di una storia originale, tratta da un romanzo di Giuseppe Pederiali (Venivano dalle stelle), sceneggiato dal regista con la collaborazione di Roberto Lerici e Roberto Leoni. Aurelio Chiesa (Cesena, 1947) è un regista laureato in filosofia dalla filmografia ridotta, come insegna Roberto Poppi ne I Registi del Cinema Italiano, che apprende il mestiere facendo l’assistente volontario presso le illustri botteghe di Pasolini e Jancsó. Il suo primo film è Bim bum bam (1980) - autore anche del soggetto, la storia di tre amici che nei primi anni Sessanta vogliono diventare calciatori - seguito soltanto da Luci lontane, un fantahorror metafisico sulla scia del cinema di Pupi Avati (Poppi) ambientato in un paesino della Romagna. Ricordiamo Chiesa nelle vesti di attore, come interprete di Flipper (1983) di Andrea Barzini, come soggettista di Una botta di vita (1988) di Enrico Oldoini e come sceneggiatore della fiction Rai Traffico d’armi nel golfo (1977), girata da Leonardo Cortese.   
 
 
Luci lontane è l’opera migliore di Chiesa, ma esce in un momento difficile per il cinema italiano, riscuotendo scarso successo di pubblico e poca attenzione critica. Cerchiamo di ristabilire i meriti. Tomas Milian è Bernardo Bernardi, padre di Giuliano, un bambino rimasto orfano di madre da pochi giorni, ma il soprannaturale entra subito in scena con il piccolo che vede la mamma “nel parco, dove ci sono gli alberi grandi”. Il bambino gioca con lei, ci parla, dimentica di andare a scuola e finisce per addormentarsi in una grotta. Bernardo e l’insegnante di Giuliano - Renata, interpretata da un’acerba Laura Morante - si danno da fare per ritrovarlo, insieme alla polizia. Si scopre presto che la madre non è resuscitata e non è neppure una zombi; infatti accadono altri fatti incredibili, dovuti a una pacifica invasione extraterrestre. Gli alieni sono luci che vengono dallo spazio, individui pacifici che cercano soltanto corpi dove poter vivere. Una di queste luci lontane prende possesso del corpo di Renata, morta in un incidente stradale, e decide di provare a vivere da umana insieme al padre di Giuliano con cui mette al mondo un figlio. La polizia comincia a sospettare di troppi eventi fantastici e delle improvvise guarigioni in punto di morte. Gli alieni - ormai scoperti e monitorati - vengono segregati in una struttura di reclusione e per questo motivo decidono di lasciare la Terra. Il padre di Giuliano è abbandonato dalla nuova compagna e deve far crescere da solo il bambino. Finale melodrammatico con il figlio del commissario che muore in un incidente stradale mentre suo padre supplica Bernardo di far tornare gli alieni. Vorrebbe rivederlo correre e giocare. “Se ne sono andati per sempre. Non torneranno”, dice Bernardo. A casa, però, l’attende una sorpresa. È tornata la sua donna, per stare accanto al piccolo, prendendo possesso del corpo di una ragazza morta da alcune ore. Basta uno scambio di sguardi per riconoscersi.  


Sceneggiatura senza pecche, storia originale, musica suggestiva di Angelo Branduardi, fotografia dai toni scuri di Renato Tafuri, interpretazione perfetta da parte di Tomas Milian e Laura Morante. I tempi sono televisivi, da fiction girata in digitale, ma le due cose non stonano, non vanno considerate difetti, perché è pur sempre un lavoro sopra la media rispetto alla odierna produzione per il piccolo schermo. La pellicola comincia come un giallo fantastico ma evolve in un fantascientifico puro, a tratti persino fantahorror, visto che si parla di morti che tornano in vita, sia pure grazie a un’essenza extraterrestre. Ricordiamo un nudo integrale della bella Morante e un’intensa parte erotica che la vede impegnata insieme a Tomas Milian. Effetti speciali modesti, quanto basta per far capire la presenza degli alieni inquadrando un fascio di luce azzurra. Tomas Milian è bravo, anche se doppiato, e consegna alla storia del cinema una delle sue ultime interpretazioni italiane. Critica abbastanza concorde nello stroncare un film che - a nostro parere - meritava maggior fortuna. Farinotti concede due stelle, Motrandini soltanto una, aggiungendone un’altra per il pubblico. 
 
  
Mereghetti è troppo duro (una stella e mezzo): “Un curioso film fantastico - padano che richiama certe cose di Pupi Avati: efficace nella prima mezz’ora, dai toni inquietanti e quasi orrorifici, rimane indeciso su quale strada prendere, tra irrisolte ambizioni metafisiche, momenti alla Incontri ravvicinati del terzo tipo dei poveri e una discutibile parentesi sentimentale tra Milian e la Morante (che concede un nudo integrale). Belle musiche di Angelo Branduardi”. La parentesi sentimentale tra Milian e la Morante non è per niente discutibile ma è un momento fondamentale della storia, importante per far capire che la nuova compagna di Bernardo è un’aliena che non sa niente di come si comportano gli uomini. Un film da rivedere senza troppi pregiudizi. 

 

giovedì 26 dicembre 2013

Malocchio – Eroticofollia (1974)


di Mario Siciliano

  
Regia: Mario Siciliano. Soggetto: Federico De Urrutia. Julio Busca (Buchs), Sceneggiatura: Federico De Urrutia. Julio Busca, Mario Siciliano. Fotografia: Vincente Minaya. Montaggio: Otello Colangeli. Musica: Stelvio Cipriani (Edizioni Musicali Bixio - Sam, Milano). Effetti Speciali: Paolo Ricci. Direttore di Produzione: Piero Ghione, Rafael Vazquez.  Aiuti Regista. Paulino Gonzales, Ivo Barouch. Scenografie: José Antonio de la Guerra. Produzione: Metheus Film (Roma), Emaus Films (Madrid). Interpreti: Anthony Steffen (Antonio De Teffé), Richard Conte, Pilar Velasquez, Jorge Rivero (il protagonista, Peter Crane), Eduardo Fajardo, Pia Giancaro, Luis La Torre, Eva Vanicek, Alan Collins (Luciano Pigozzi), Lane Fleming, Floria Marrone, Terele, Daniela Giordano. Girato per Interni: Stabilimenti RPA - Elios Film. Sviluppo e Stampa: Staco Film (Roma) e Madrid Film. 
 
 

Mario Siciliano (1925 - 1987), attivo sin dal 1962 come produttore di film avventurosi, passa alla regia nel 1968 e si dedica a pellicole popolari di buona fattura. La fase terminale della carriera lo vede molto attivo sul versante erotico e pornografico, spesso alle prese con prodotti per il cinema a luci rosse. Utilizza pseudonimi come Marlon Sirko, Luca Delli Azzeri e nel cinema hard si fa chiamare Lee Castle. Eroticofollia (1974), noto anche come Malocchio, è l’unica opera di Mario Siciliano di taglio horror, sottogenere demoniaco - esorcistico, ma di impianto originale. Il film è una coproduzione italo - spagnola, scritta da Federico De Urrutia e Julio Buchs (Busca), che lo sceneggiano insieme al regista. 
 
 
Le musiche sono di Stelvio Cipriani, la fotografia di Vincente Minaya e il montaggio di Otello Colangeli. Scenografie di José Antonio de la Guerra. Produce lo stesso Siciliano per la Metheus Film, associandosi alla madrilena Emaus Films. Il cast è italo - spagnolo: Anthony Steffen (Antonio De Teffé), Pilar Velasquez, Richard Conte, Daniela Giordano, Jorge Rivero, Pia Giancaro, Eduardo Fajardo, Eva Vanicek e Alan Collins (Luciano Pigozzi). La pellicola è un ibrido tra erotico e horror difficilmente inquadrabile, così come lo sono alcuni film di Joe D’Amato. In Spagna esce come Mal de ojo, in Germania Blutige Magie e in Messico si ricorda come Más allá del exorcismo, che forse sono titoli più consoni al tema trattato. 
 
 
Una telefonata dell’amica Taga sveglia Peter Crane (il culturista messicano Rivero) da un incubo satanico che lo tormenta dopo una notte di bagordi. La sua casa è piena di gente che ha partecipato al festino. Peter, scosso dall’incubo, incarica il maggiordomo di svegliare gli ospiti e di mandarli a casa. Un giorno incontra la misteriosa Yvonne (Pilar Velasquez), che gli rivela di aver avuto un incubo dove il marito defunto le diceva che un uomo di nome Peter Crane l’avrebbe uccisa. Peter pensa a uno scherzo di pessimo gusto e continua a frequentare Yvonne, ma durante una nuova visione satanica strangola la donna. La trama si sviluppa attorno a una spirale di omicidi, ma presenta un suo tocco di originalità nella commistione di generi e in un morboso erotismo che pervade ogni scena. La pellicola parte come un giallo soprannaturale esoterico, ma sconfina nell’horror demoniaco; il regista pare interessato a stupire con effetti speciali esorcistici, più che a far capire il senso della storia, basata su una sceneggiatura zeppa di buchi. 
 
 
I personaggi hanno tutti nomi inglesi ma è chiaro dai pochi interni girati fuori dalla Elios che ci troviamo a Roma. Le parti oniriche la fanno da padrone, tra messe nere, incubi che ricordano una cerimonia d’iniziazione, fantasmi della memoria. Alcune scene memorabili: le rane che escono dalla bocca del maggiordomo, i tavoli che lievitano, i cristalli che si spaccano, un fucile che spara da solo cadendo dall’alto e uccidendo la vittima designata, donne misteriose che appaiono e scompaiono, cadaveri ritrovati in case di campagna, bambole e carillon in primo piano alla Dario Argento e molti omicidi cruenti. L’erotismo è ai minimi termini, il titolo italiano promette molto più di quel che mantiene, a meno che non esista una versione per il mercato estero. La recitazione è da fotoromanzo. Il protagonista è un buon attore messicano come Jorge Rivero, ma in questo film non dà il meglio di sé, impegnato in ridicole possessioni demoniache che lo fanno uscire di senno e uccidere. Eduardo Fajardo è un infido maggiordomo, Anthony Steffen il poliziotto che indaga, Richard Conte (Il padrino!) è uno psichiatra ingessato, Daniela Giordano una delle tante innamorate del protagonista, insieme a Pia Giancaro. 
 
 
Il finale è la parte più strana e incomprensibile di tutto il film, perché assistiamo a un crescendo onirico - demoniaco. Il poliziotto viene fermato da forze occulte, accadono strane morti violente e un’auto con a bordo il protagonista e la sua amante precipita da una scogliera. Ottimo il commento musicale di Stelvio Cipriani. Mario Siciliano mette la firma su un’opera anomala e curiosa che non si può definire horror gotico, ma neppure esorcistico e neanche erotico in senso stretto. Il film è un bizzarro ibrido di generi, che sconfina nel dramma psicologico, una folle calata negli inferi delle perversioni demoniache.La critica stronca all’unanimità. Marco Giusti fa un po’ di confusione su Stracult perché vede Anthony Steffen nel ruolo dell’assassino, mentre è il poliziotto. In compenso dà una spiegazione razionale a una pellicola che non pare averne e forse ha ragione lui che ha visto una versione più completa. 
A suo parere “il killer indemoniato era manovrato dallo psichiatra Richard Conte, vecchio amico di famiglia, con una specie di diavoleria, per eliminare dei manigoldi che avevano eluso la giustizia”. Beneficio d’inventario, ma riportiamo la tesi come risulta dal testo del Giusti. Pino Farinotti cita il film come Malocchio, concede due stelle, avallando la tesi del dottore come mandante occulto dei delitti. In realtà si propende per tale spiegazione da un dialogo tra il poliziotto e lo psichiatra, quando il primo afferma: “Noi due sappiamo chi è il colpevole”. L’espressione che compare sul volto del medico tradisce la responsabilità di mandante. Mereghetti e Morandini non citano neppure la pellicola, non ritenendola meritevole di attenzione.

martedì 24 dicembre 2013

Patrick vive ancora (1980)



di Mario Landi
 
 
Regia: Mario Landi. Soggetto: Gabriele Crisanti. Soggetto e Sceneggiatura: Piero Regnoli. Fotografia: Franco Villa. Montaggio: Mario Salvatori. Operatore alla Macchina: Giacomo Testa. Aiuto Regista: Adriana La Macchia. Trucco: Rosario Prestopino, Vincenzo Napoli. Scenografia: Giovanni Fratalocchi. Costumi: Itala Giardina. Musica: Berto Pisano. Produzione: Gabriele Crisanti per la Stefano Film srl. Teatri di Posa: De Paolis. Interpreti: Sacha Pitoeff, Gianni Dei, Mariangela Giordano (accreditata Maria Angela Giordan), Carmen Russo, Paolo Giusti, Franco Silva,  John Benedy, Anna Veneziano. 
 
 
Patrick vive ancora è un finto sequel del film australiano Patrick (1978), girato da Richard Franklin, che in Italia riscosse un grande successo di pubblico, nonostante sia un lavoro non molto riuscito. Richard Franklin dirigerà Piycho II negli States, proprio per la fama guadagnata con un horror metropolitano sulle gesta di un ragazzo in coma che muove gli oggetti con la mente e comunica telepaticamente con una bella infermiera. Mario Landi - un anno dopo Giallo a Venezia (1979) - viene chiamato dal produttore Gabriele  Crisanti, autore di un soggetto scopiazzato da Patrick (sceneggiato da Regnoli) a dirigere un capitolo apocrifo della saga.  
 

La trama. Patrick (Dei) è in coma irreversibile dopo un incidente fortuito (una bottiglia lanciata da un’auto) e il padre chirurgo (Pitoeff) cerca invano di riportarlo in vita. Riesce a mantenere vive le sue capacità mentali e ad ampliare i poteri telecinetici che il ragazzo - immobile sopra un letto - usa per vendicarsi. Il padre invita nella sua villa con piscina i possibili responsabili della morte del figlio e li fa uccidere uno dopo l’altro. Siamo nel territorio ormai noto e sfruttato dei Dieci piccoli indiani di Agata Christie, ma in salsa molto più splatter e in versione piccante. Il sequel apocrifo di Patrick è un crescendo di sesso e violenza con Mariangela Giordano, Carmen Russo e Anna Veneziano che si concedono con generosità agli occhi degli spettatori. 
 
 
Le morti sono molto efferate: il primo cadavere viene ritrovato bruciato dall’acqua bollente della piscina, un ragazzo finisce impiccato a un gancio di ferro, la Giordano viene penetrata dalla vulva fino alla bocca (la scena è davvero estrema), la Russo finisce decapitata da un finestrino di un’auto, una serva è sbranata dai cani e un altro ospite muore soffocato.  Autore dei delitti efferati è Patrick che dal suo capezzale muove gli occhi verdi (effetto risibile) e produce vittime. Patrick si innamora dell’infermiera, finisce per uccidere il padre convincendolo a pugnalarsi al cuore, ma nell’ultima sequenza (poco chiara) sembra eliminare anche la ragazza, forse pentito e convinto che potrebbe essere stata lei la causa della sua infermità. 


Il film è brutto, recitato male, montato a ritmi lenti, fotografato peggio, ma non può essere valutato secondo le regole della normale critica cinematografica. Patrick vive ancora è un cult del trash, un porno horror spiazzante e surreale, bizzarro, zeppo di sequenze assurde. Gli effetti fantastici sono risibili, la musica di Berto Pisano sintetica e fastidiosa, la suspense quasi inesistente, ma il clima malsano da horror erotico molto spinto è notevole. Mario Landi si ripete ed esagera ancora una volta presentandoci Carmen Russo e Mariangela Giordano nude come non le avevamo mai viste e addirittura penetrando la vulva della seconda (ripresa in primissimo piano) con una lancia acuminata. 
 

Gli attori sono tutti terribili, persino Sacha Pitoeff risulta penoso, mentre Gianni Dei ricopre un ruolo che gli si addice (immobile e silenzioso). Molto sexy Anna Veneziano che ricordiamo in una lunga sequenza di masturbazione al capezzale di Patrick, così come la Russo e la Giordano lasciano il segno solo per le scene di nudo. Memorabile una sequenza di lotta tra le due interpreti, pensata soltanto per far vedere slip ridottissimi e curve rotondeggianti. 


Marco Giusti ricorda male il film perché la scheda contenuta su Stracult è piena di errori, in ogni caso lo definisce bene. “Supercult horror poveristico con un cast da paura”. Alcune curiosità le abbiamo lette su Stracult e le riportiamo con il beneficio d’inventario. Pare che il produttore Crisanti scelse Gianni Dei come attore perché in difficoltà economiche e lui accettò senza sapere che cosa avrebbe fatto. Mariangela Giordano, invece, era la fidanzata del produttore e ricorda come un incubo la scena dell’impalamento dalla vulva alla bocca. Tra lei e la Russo non correva buon sangue.
 

Pino Farinotti (due stelle): “Finto sequel di Patrick, ma banale scopiazzatura italiana”. Morandini e Mereghetti (“Un’imitazione casereccia di Patrick che punta tutto sull’erotismo a buon mercato e sulle efferatezze più truci”) concedono solo una stella, a conferma del fatto che secondo la critica alta il film non merita alcuna considerazione. Patrick vive ancora viene girato nella stessa casa che aveva ospitato Le notti del terrore (Zombi Horror) (1980) di Mario Bianchi. Ultimo film girato da Mario Landi, che come stile ricorda molto Joe D’Amato, Lucio Fulci, Andrea e Mario Bianchi, ma anche Lamberto Bava. Uscito in Germania come Patrick lebt wieder. In Inghilterra e USA: Patrick Still Lives, ma anche con il più ammiccante Patrick 2