venerdì 6 marzo 2015

Policeman (1971)

di Sergio Rossi


Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Sergio Rossi. Collaboratori alla sceneggiatura: Giorgio Patrono, Giuseppe Scavuzzo. Fotografia: Roberto Girometti. Montaggio: Alfredo Muschietti. Aiuto Regista: Giorgio Patrono. Assistente alla Regia: Bruno Cortini. Trucco: Franco Ruffini. Fonico: Bruno Cortini. Assistenti Operatori: Sergio Baldi, Massimo Girometti. Fotografo di Scena: Fausto Giaccone. Assistente al Montaggio: Giancarlo Tiburzi. Mixage: Gianni Mazzarini. Costumi: Marcella De Marchis. Scene e Arredamento: Gianni Tivoli. Direttore di Produzione: Giuseppe Scavuzzo. Organizzatore Generale: Francesco Orefici. Musiche: Tito Schipa Jr., dirette da Giovanni Tommaso (Edizioni Musicali Gemelli, Roma). Canzone: Combat (Tito Schipa Jr., canta l’autore). Produzione: San Diego Cinematografica. Interpreti: Paola Pitagora, Lou Castel, Bernardo B. Solitari, Marino Masè, Nicoletta Machiavelli, Giancarlo Sbragia, Massimo Sarchielli, Germano Longo, Lorenza Guerrieri, Franco Gulà, Marco Mariani, Aldo Grottola, Elio Licari, Gianni Menon, Bruno Boschetti, Romano Trizzino, Leo Mingrone, Rago Mansueto, Gianni Costanzi, Fabrizio Grillenzoni, Andro Cecovini.


Policeman è un film a progetto, a tesi, come soltanto negli anni post contestazione studentesca del 1968 era possibile concepire, ma pur tra i tanti difetti conserva un’importanza storica. Il film viene diretto da Sergio Rossi (Roma, 1939) proprio nel 1968 - anno caldo di scontri di piazza tra manifestanti e polizia - ma esce in poche sale e con scarso successo solo tre anni dopo (1971). Un film provocatorio, afferma Roberto Poppi, il cui programma è ben chiaro nel manifesto finale: “Non contro di voi (poliziotti), ma contro ciò che rappresentate: la difesa dell’ordine costituito, la conservazione dei privilegi padronali, il braccio armato del potere che soffoca la rivolta degli oppressi”.


La trama si racconta in poche righe e non è la cosa più importante. Un ragazzo del Sud (Solitari, doppiato da Amendola), figlio di braccianti agricoli, viene convinto che il solo modo per sbarcare il lunario sia arruolarsi in polizia, destino comune a molti figli di poveri che non trovavano lavoro. Il film racconta nei minimi particolari l’azione di indottrinamento psicologico e l’addestramento fisico finalizzato alla repressione di manifestanti e facinorosi. Il regista punta l’indice sulle scuole di polizia dove si insegnerebbe che gli scioperanti e i manifestanti vanno trattati come ladri e assassini, da punire, rieducare, picchiare selvaggiamente. Il ragazzo finisce per fidanzarsi con la figlia di un operaio (Pitagora), nasconde il suo vero mestiere, ma quando la ragazza capisce che è un poliziotto, lo lascia. Il ragazzo impazzisce durante un’azione repressiva mettendo a nudo tutte le contraddizioni di un mestiere svolto da povera gente, costretta a difendere il potere dei padroni.


Sergio Rossi mette davanti alla macchina da presa identici temi affrontati da Pier Paolo Pasolini nella lirica Il Pci ai giovani, scritta il 16 giugno 1968 dopo gli scontri tra polizia e studenti a Valle Giulia. Ne riportiamo la parte centrale, consigliandone la lettura integrale per capire il clima ideologico - culturale del periodo storico: “Perché i poliziotti sono figli di poveri./ Vengono da subutopie, contadine o urbane che siano./ Quanto a me, conosco assai bene/ il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,/ le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,/a causa della miseria, che non dà autorità./ La madre incallita come un facchino, o tenera/ per qualche malattia, come un uccellino;/ i tanti fratelli; la casupola/ tra gli orti con la salvia rossa (in terreni/ altrui, lottizzati); i bassi/ sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi/ caseggiati popolari, ecc. ecc./ E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,/ con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio/ furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,/ è lo stato psicologico cui sono ridotti/ (per una quarantina di mille lire al mese):/ senza più sorriso,/ senza più amicizia col mondo,/ separati,/ esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);/ umiliati dalla perdita della qualità di uomini/ per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare) (…).


Policeman è quasi un film fantapolitico, perché parla dell’Italia ma non la cita mai, inoltre la polizia della finzione veste divise di pura fantasia. Troppi sermoni ridondanti che insistono sui concetti di lotta di classe, proletariato, scontro sociale  e rivoluzione potevano essere limitati, ma sono figli dei tempi. Molto colore di fine anni Sessanta e tante cose pregevoli: il Sud depresso e disperato, la povera casa dei genitori braccianti del poliziotto, il viaggio in treno verso la capitale, le minigonne e gli stivaloni delle ragazzine, gli scontri di piazza presi dalla realtà, mixati con sequenze filmate ad arte, la storia d’amore e molte scene di vita quotidiana. Tra le tante parti interessanti citiamo le filippiche grottesche dei rivoluzionari che gridano dal tetto contro i manifestanti e inneggiano alla vera rivoluzione. Chiedono la fantasia al potere, la puttana proletaria liberata da tutti suoi magnaccia, non vogliono fare politica neppure manifestando, ma fanno intendere che il solo cambiamento possibile deve provenire dalla rivoluzione. 


Straordinaria la metafora del poliziotto impazzito che non comprende più la sua vera identità: figlio del popolo, ma servo del padrone, per pochi soldi al mese, per mettersi da parte un gruzzoletto e tornare al paese. Torniamo a Pasolini e al discorso di uno Stato che mette in contrapposizione diverse tipologie di poveri. Non solo, in certi casi i veri figli di poveri sono soltanto i poliziotti che stanno facendo un mestiere in cui spesso non credono. Ottime la prove degli attori. Un cast interessante che vede persino Lou Castel e Paola Pitagora tra io protagonisti. Tito Schipa Jr. firma una colonna sonora molto sessantottina.


Vediamo la critica. Pino Farinotti (due stelle) è il solo autore di dizionari cinematografici che cita Policeman, sintetizzando la trama, senza giudizi critici. Marco Giusti (Stracult): “Mitico primo, e penultimo, film di Sergio Rossi che mette in scena proprio l’odiato nemico di classe, il poliziotto. Il film risente di tutto il cinema militante del tempo, ma ha un cast da paura, da Lou Castel a Massimo Sarchielli, con Bernardo B. Solitari nel ruolo del giovane poliziotto figlio di poveracci che si arruola per fame, poi si scontra con i superiori, con gli studenti, con una fidanzata comunista che non lo accetta, Alla fine si sfogherà sugli studenti. Da recuperare, mai visto. Aveva una fama terribile”. Per non averlo visto - una tantum - gli errori del Giusti sono abbastanza accettabili. Davinotti on line: “Molto crudo, in quanto espone dalla A alla Z l’addestramento più mentale che fisico delle nuove leve di polizia, ragazzi spesso provenienti da realtà isolate e culturalmente arretrate che di problemi e lotte sociali ne san meno di mezza. Vulnerabili e penetrabili, ma delusi e perfino distrutti quando capiscono che la loro missione scava in realtà distanze incolmabili con la società che sono chiamati a tutelare. (I Gusti di Fauno). 


“Prima di vederlo avevo letto la trama ed ero rimasto molto incuriosito. Dopo la visione mi sono trovato un po' con la bocca asciutta: la storia ha un senso ed è molto interessante, d’accordo, ma è proprio il film che gira a vuoto. Onestamente mi aspettavo un poliziesco all’italiana tipico anni Settanta con scene d’azione. La pellicola racconta un argomento importante per quell’epoca, ma è priva di una vera e proprio sceneggiatura; il regista Sergio Rossi a un certo punto perde il filo e non sa dove andare a parare. Sembra un vecchio sceneggiato Rai... Il protagonista sembra un giovane Dustin Hoffman (guarda caso doppiato anche lui da Ferruccio Amendola). (I Gusti di Geppo, alias Giacomo Di Nicolò).



Sergio Rossi prosegue la carriera tra documentari (La terra non trema, Fatua incongrua scucita, Storie di vita) e televisione. Secondo lungometraggio nel 1989: Le affettuose lontananze, presentato a Locarno, una storia sentimentale di tre giovani donne solitarie. Il film è noto anche come Luisa, Carla, Lorenza e… le affettuose lontananze. Il suo ultimo lavoro è La medaglia (1997), una storia drammatica - tra il sociale e il politico - ambientata nella Torino degli anni Cinquanta, molto apprezzato dalla critica. (Fonte R. Poppi “I Registi Italiani”).

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