sabato 2 giugno 2018

La carne (1991)


di Marco Ferreri


Regia: Marco Ferreri. Soggetto: Marco Ferreri. Sceneggiatura: Marco Ferreri, Liliana Betti. Collaboratori alla Sceneggiatura: Massimo Bucchi, Paolo Costella. Fotografia: Ennio Guarnieri. Colore: Technicolor. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Scenografia: Sergio Canevari. Costumi: Nicoletta Ercole. Trucco: Luigi Rocchetti. Aiuto Regista: Paolo Costella. Direttore di Produzione: Maria Grazia Dabalà. Fonico in Presa Diretta: Jean Pierre Ruu.  Produttore: Giuseppe Auriemma. Organizzatore Generale: Valentino Signoretti. Casa di Produzione: M.M.D.. Durata: 90’. Genere: Erotico, Grottesco. Interpreti: Sergio Castellitto, Francesca Dellera, Philippe Léotard, Farid Chopel, Petra Reinhardt, Gudrun Gundlach, Nicoletta Boris, Massimo Bucchi, Sonia Topazio, Pino Tosca, Eleonora Cecere, Matteo Ripaldi, Clelia Piscitello, Elena Wiedermann, Fulvio Falzarano, Daniele Fralassi, Salvatore Esposito.


Marco Ferreri (Milano, 1928 - Parigi, 1997) è un regista colto e raffinato, più amato in Francia che nel suo paese, dimenticato dopo la sua morte. Si avvicina al cinema dopo aver fatto il rappresentante di liquori, comincia dalla pubblicità e dalla produzione (con Zavattini), conosce il giovane umorista Rafael Azcona e dà un svolta alla sua carriera. I suoi tre film di esordio - El pisito, Los chicos, El cochecito (1958 - 60) - sono realizzati in Spagna con la collaborazione di Azcona e segnano i tratti fondamentali della sua vena autoriale: il sarcasmo e il grottesco. In Italia segnaliamo, in piena sintonia con l’esordio iberico: L’ape regina (1962) , La donna scimmia (1963), Il professore (in Controsesso) (1964). Ferreri realizza le cose migliori quando usa sarcasmo, metafora e paradosso, gira film dissacranti basati sul pessimismo nei confronti di uomo e società, polemizza contro le istituzioni e attacca un sistema che non condivide. Tra i suoi film memorabili citiamo: La cagna (1971), L’udienza (1971) - in corso di restauro -, La grande abbuffata (1973), Non toccare la donna bianca (1974), L’ultima donna (1975), Dillinger è morto (1968), Ciao maschio (1977), Storie di ordinaria follia (1981), Storia di Piera (1982), Il futuro è donna (1986), Come sono buoni i bianchi (1986), La carne (1991). Trenta film in carriera, l’ultimo - mai visto - Nitrato d’argento (1995), lavoro - testamento dedicato a un cinema che non esiste più. 


Abbiamo rivisto La carne, una delle sue ultime cose, tra le più dissacranti ma anche tra le meno riuscite, che tenta di far recitare persino una Francesca Dellera, davvero negata per il cinema impegnato, ma che gode di un Castellitto in gran forma, perfetto per un’interpretazione sopra le righe. La carne ha come tema di fondo l’incomunicabilità tra uomo e donna, la distanza abissale che separa due mondi, due modi diametralmente opposti di intendere la vita. Protagonista di un film pervaso di umorismo grottesco è Paolo (Castellitto), impiegato comunale e cantante di piano bar, separato da una moglie che non vuol più vedere, con due figli e un cane (la sola presenza che rimpiange). Un bel giorno incontra Francesca (Dellera) - la scelta dei nomi rappresenta bene la dose di ironia - e per lei abbandona tutto, dal lavoro agli amici, ritirandosi a vivere nella sua casa sulla spiaggia di Anzio, tra eccessi di sesso e di cibo. 


Il film è pervaso di metafore, dialoghi e situazioni surreali, dal rapporto madre - figlio, che il protagonista subisce anche dopo la morte, fino all’impossibilità di sostenere un dialogo con la donna e con gli stessi figli. “Una prima comunione non si nega a nessuno”, è il leitmotiv iniziale, quando viene a sapere che la moglie non vuol comunicare i figli e lui ricorda la madre nel giorno di un sacramento celebrato di nascosto dal padre. Ma abbiamo anche il solito contrasto con la società dei consumi rappresentato dalla ingombrante presenza della Coca Cola, così come il rifiuto di pronunciare la parola osceno, che Ferreri sentiva spesso ripetere riferita ai suoi film. Molta musica d’autore interpretata da Castellitto, da Bartali (Conte), a Gesù Bambino (Dalla), passando per Buonanotte fiorellino (De Gregori), Una spiaggia solitaria (Battiato) e Se ti tagliassero a pezzetti (De Andrè), ma anche qualche bolero sudamericano, Innuendo dei Queen e qualche pezzo di flamenco rendono interessante la colonna sonora. 


Molte le metafore che oggi rivediamo nei film di Sorrentino, come la donna incinta che allatta e le cicogne che compaiono nel finale per significare un desiderio represso di maternità. Infine giunge il solo  modo che ha l’uomo per tenere la donna con sé, per non perderla, assecondare il desiderio cannibale degli amanti, trasformarla in carne e mangiarla, visto che è impossibile capirla. La carne è un film intriso di erotismo viscerale, ben fotografato da Guarnieri, tra poetici tramonti e albe suggestive sul mare, molto teatrale, girato quasi tutto in interni. Un lavoro criptico e complesso, che si comprende più oggi che al tempo della sua uscita in sala, quando i critici erano attenti soprattutto allo scandalo, mentre il pubblico affollava le sale solo per vedere Francesca Dellera. 

La prorompente attrice di Latina - lanciata da Tinto Brass con Capriccio (1988) - raggiunge il successo internazionale proprio con La carne, ma subito dopo comincia la sua fase calante. Ferreri la definisce la pelle più bella del cinema italiano e lo stesso Fellini la vorrebbe nel suo Pinocchio - mai realizzato a causa della morte del regista - come Fata turchina. Tullio Kezich afferma entusiasta che quando è vestita sembra nuda e quando è nuda sembra vestita. Tutti eccessi anni Ottanta, adesso molto stemperati. Ricordiamo solo che La carne è uno dei pochi film in cui la sentiamo recitare con la propria voce e non è il massimo. Per il ruolo di Paolo, Ferreri avrebbe voluto Villaggio, ma in definitiva Castellitto è perfetto per la parte. Presentato in concorso - con poco successo - al 44° Festival di Cannes. Non è il miglior Ferreri.

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giovedì 22 marzo 2018

Trionfano i Manetti Bros


David di Donatello a pioggia per Ammore e malavita





Vince l’originalità dei Manetti al David di Donatello. Ammore e malavita si porta via diverse statuette: miglior attrice non protagonista (Claudia Gerini), colonna sonora (Pio e Aldo De Scalzi), canzone originale (Bang Bang di Pio e Aldo De Scalzi), costumi (Daniela Salernitano) e soprattutto miglior film, il premio più ambito. Ripercorriamo brevemente la carriera dei due registi romani, che nascono dall’underground e che ricordiamo di aver conosciuto circa vent’anni fa, a Livorno, nel corso di Joe D’Amato Horror Festival. Originali sin da Consegna a domicilio, episodio del film collettivo DeGenerazione (1995), interessanti nel graffiante Zora la vampira (2000), nel thriller Piano 17 (2005), seguito dai più anonimi Cavie (2009) e L’arrivo di Wang (2011), sono autori del primo film italiano in 3 D con l’angosciante e claustrofobico Paura (2012). Il successo arriva improvviso con Song’e Napule (2013) e con la conferma di Ammore e malavita (2017). Importante la televisione con le serie di successo Ispettore Coliandro, Crimini e Rex 7 e 8, media che li aveva visti debuttare con l’insolito Torino Boys (1997). I Manetti hanno anche prodotto due horror a basso costo molto interessanti di Gabriele Albanesi (Il bosco fuori e Ubaldo Terzani Horror Show) e molti videoclip.


Trionfa Napoli al David di Donatello, perché Napoli velata vince come miglior scenografia (Denis Gogturk) e fotografia (Gian Filippo Corticelli), mentre il regista Giuliano Montaldo è miglior attore non protagonista per Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni. Donato Carrisi è il miglior regista esordiente (La ragazza nella nebbia), Stefania Sandrelli vince un David Speciale, Steven Spielberg e Diane Keaton due David alla Carriera. Grande successo per il musicale - biografico Nico di Susanna Nicchiarelli - che in provincia abbiamo visto grazie ai Cineclub e alle sale di essai - che vince quattro David: sceneggiatura originale, trucco (Marco Altieri), acconciature (Daniela Altieri) e suono. Premi anche per Riccardo va all’inferno (costumi), Jasmine Trinca (attrice protagonista in Fortunata), Renato Carpentieri (attore protagonista ne La tenerezza) e il giovane Jonas Carpignano (miglior regia con l’intenso A’ Ciambra). Sicilian Ghost Story vince per la miglior sceneggiatura non originale. Alfonso Goncalvez prende un David per il montaggio accurato e rapido di A’ Ciambra, Gatta cenerentola vince come miglior produzione ed effetti digitali, mentre La lucida follia di Marco Ferreri si prende il David per il miglior documentario. David Giovani a Francesco Bruni per Tutto quello che vuoi.


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venerdì 16 marzo 2018

Una spirale di nebbia (1977)

di Eriprando Visconti




Regia: Eriprando Visconti. Soggetto: Michele Prisco (romanzo omonimo). Sceneggiatura: Fabio Mauri, Roselyne Seboue, Lisa Morpurgo, Luciano Lucignani, Eriprando Visconti. Fotografia. Blasco Giurato. Montaggio: Kim ARcalli. Costumi: Clelia Gonzales. Musiche: Ivan Vandor. Formato: 1.85. Colore. 35 mm.. Durata: 88’. Produzione: Serena. Interpreti: Marc Porel (Fabrizio Sangermano), Stefano Satta Flores (Giudice Marinoni), Carole Chauvet (Valeria, moglie di Fabrizio), Flavio Bucci (Vittorio, l’amico medico), Duilio Del Prete (Marcello, avvocato di famiglia), Claude Jade (Maria Teresa, moglie di Marcello), Martine Brochard (Lavinia, infermiera e amante di Vittorio), Eleonora Giorgi (Lidia, fidanzata del Giudice Marinoni), Corrado Gaipa (il patriarca della famiglia Sangermano), Marina Berti (Costanza Sangermano), Barbara Piulavin (Madre del Giudice Marinoni), Victoria Zinny (governante casa Sangermano), Anna Buonaiuto (cameriera), Roberto Posse (Molteni). (La scheda del film è stata presa da Prandino – L’altro Visconti di Colombo e Gerosa, Edizioni Il Foglio, 2018).



Una spirale di nebbia è un thriller psicologico sceneggiato sulla base del romanzo di Michele Prisco (1966), vincitore del Premio Strega e basato su una serrata critica alla borghesia partenopea. Eriprando Visconti legge l’opera dello scrittore, nota affinità con le tematiche che gli sono più care, ambienta l’azione nella amata Lombardia e il gioco è fatto. Il regista serve allo spettatore un piatto prelibato a base di crisi coniugali, famiglie borghesi in disfacimento e netto rifiuto dell’istituzione matrimoniale. Tutti temi già presenti nello stupendo debutto de Una storia milanese, qui molto stemperati e resi meno chiari da una sceneggiatura non troppo felice. Non è facile sintetizzare una trama basata sul racconto di alcune crisi coniugali borghesi, un vero e proprio romanzo corale impaginato su diversi rapporti che si stanno consumando su loro stessi per svariati motivi.


Nel corso di una battuta di caccia, fuori dalla loro residenza di campagna, Fabrizio (Porel) uccide con un colpo di fucile la moglie Valeria (Chauvet). Non ci sono testimoni, se non indiretti. Maria Teresa (Jade), cugina di Fabrizio, è convinta che l’uomo sia innocente. Marcello (Del Prete), avvocato di famiglia, segue il caso dall’esterno e cerca di modificare il corso giudiziario. Il giudice Marinoni (Satta Flores) indaga ma trova solo indizi e non certezze. Maria Teresa è sposata con Marcello, presto scopriamo che il marito è impotente e nonostante tutto sostiene di aver messo incinta la cameriera e vuole riconoscere il figlio che la donna ha concepito con l’autista. Il film è sceneggiato in maniera abbastanza confusa e ruota attorno alle indagini del Giudice Marinoni sul caso di omicidio (colposo o volontario?), fino al finale aperto, inquietante e suggestivo, nel quale il mistero resta avvolto da una spirale di nebbia. Visconti non è interessato tanto alla trama e al successo di pubblico che potrebbe riscuotere un thriller ricco di colpi di scena.


Non è il suo genere di film. Lo spettatore se ne rende conto dalle sequenze esplicite di sesso e dai molti (persino troppi) nudi integrali di cui è costellata la pellicola. Visconti vuol trasgredire, come sua regola, persino infastidire, descrivere lo squallore di alcuni rapporti matrimoniali per puntare il dito accusatore su un istituto che ritiene inutile e superato. Un film mai così moderno come di questi tempi in cui il matrimonio è diventato uno stupido gioco al massacro senza alcuna importanza di sacramento o di impegno civile per costituire una famiglia. Visconti racconta famiglie disgregate, mariti impotenti, compagni masochisti, mogli sadiche, fidanzate moderne che non vogliono sposarsi, amanti delusi, rapporti rubati fuori dalle mura domestiche, uomini vigliacchi e bugiardi. La borghesia è sul banco degli imputati, i rapporti matrimoniali vengono fustigati come la tomba di un amore che si stempera sempre più e finisce nel niente, in una spirale di nebbia, appunto. E non è importante che quel colpo di fucile che uccide Valeria sia stato sparato volontariamente – come pare – da Fabrizio, quel che conta è che ha posto la parola fine a un rapporto che sarebbe dovuto terminare molto tempo prima.


Attori bravi, dai francesi Porel, protagonista indiscusso, e Chauvet, fino agli italiani Satta Flores e Giorgi (in un ruolo breve ma inteso da fidanzata moderna del giudice), passando per Jade e Brochard, fino a un insolito Del Prete. Ottima l’ambientazione milanese, tra brughiere e nebbia, in una campagna ben fotografata nei suoi acquitrini fangosi e alberi resi spogli dal gelo autunnale. Buone le parti teatrali e i dialoghi, anche se il film tarda a mettersi in moto e risente di una partenza troppo lenta, resa ostica da un incedere per flashback. La tecnica di Visconti è ai massimi livelli, l’uso continuo – persino eccessivo – del piano sequenza è il marchio del grande regista che porta la macchina presa a indagare nelle camere borghesi dove si consumano torbidi amori.


Il clima del film è malsano, grazie a personaggi sgradevoli che mettono in luce tare ereditarie e realistici difetti umani. Il sesso esibito non è mai gioioso e liberatorio alla Tinto Brass, ma cupo e angoscioso alla Cavallone, dispensato a piene mani con voglia di trasgredire e di stupire, per far assegnare al film un divieto ai minori che limita la presenza del pubblico. Una spirale di nebbia non è un film facile, non va bene per tutti i palati e non è l’ideale per passare una serata spensierata. Necessita di essere storicizzato, per una buona comprensione va calato nella realtà italiana di fine anni Settanta, ma risulta più che mai moderno e attuale.


Per vedere il film: