sabato 18 maggio 2013

Simona (1974)

di Patrick Longchamps


Regia: Patrick Longchamps. Soggetto e Sceneggiatura: Patrick Longchamps, liberamente ispirato al romanzo Histoire de l’Oeil di Georges Bataille (Edizioni J.J. Pauvert). Montaggio: Franco Arcalli, Pina Rigitano. Aiuto Regista: Allan Elledge. Operatore alla Macchina: Angelo Lannutti. Fotografia: Aiace Parolin. Scenografia e Costumi: Pasquale Grossi. Effetti Speciali: Joseph Natanson. Musica: Fiorenzo Carpi. Direzione Musica: Bruno Nicolai (Edizioni Gemelli). Canzone cantata da Shawn Robinson. Produzione Italia/ Belgio: Rolfilm Produzione (Roma), Les Films de l’Oeil (Bruxelles). Organizzazione Generale: Roland Perault. Distribuzione: Nopa Italia. Interpreti: Laura Antonelli, Patrick Magee, Raf Vallone, Maurizio Degli Esposti, Margot Saint’Ange (per la prima volta sullo schermo), Quentin Milo (Gille), Maxane (madre di Simona), Marc Audier, Ramon Berry, Michel Lechat, Yvette Merlin, Germaine Pascal. Voce narrante: Antonio Colonnello. Durata: 84’. Colore. Visto censura 63349 del 30/12/1974. 
Simona  è un film che sorprende, pur essendo irrisolto, non completo, con evidenti forzature di sceneggiatura e legato al gusto intellettuale degli anni Settanta. Ma forse è proprio questa la sua forza, il suo fascino ambiguo e perverso, la ragione per cui ci sentiamo di consigliarne visione e recupero. E poi c’è una Laura Antonelli straordinaria, solare, disinibita, al culmine della sua bellezza e all’apice del successo, nel momento migliore della carriera. La chiamano per fare di tutto, la sua presenza in un cast basta da sola a garantire il successo della pellicola.


Simona è un melodramma erotico, tratto da Storia dell’occhio (1928) di Georges Bataille, scritto, diretto e sceneggiato dal belga Longchamps, in puro stile Joe D’Amato o Jess Franco, ma con maggior volontà di realizzare cinema d’autore. “Ho fatto uno stage con Fellini” dice il regista “e questo vale più di mille scuole di cinema”.  Non è così vero, ma comunque la buona volontà si vede e anche una certa fantasia creativa. La storia è ambientata nei freddi mari del Nord, a Knokke-Heist, località belga nella provincia fiamminga delle Fiandre Occidentali. Le scene iniziali e finali sono girate in Spagna, perché tutto è un lungo flashback della protagonista che assiste a una corrida.


Il tono romantico è sottolineato dalla voce narrante di Antonio Colonnello, dalla marcata dizione poetica, e da un testo molto letterario prelevato dal romanzo di Bataille. Simona (Antonelli, doppiata da Ludovica Modugno) è la perversa amante del giovane Georges (Degli Esposti), un giorno i due innamorati incontrano Marcelle (la debuttante Saint’Ange), che vive segregata in una villa insieme al folle padre (Magee) e a uno zio depravato (Vallone). Simona e Georges cercano di liberare la ragazza dall’influenza paterna e dallo zio con cui ha avuto rapporti incestuosi, dopo la morte della madre. Formano insieme a Marcelle un menage a trois, dedito al sesso di gruppo, follie erotiche e mille perversioni.


Il finale è un bagno di sangue a fosche tinte melodrammatiche, a tratti si sconfina nell’horror, quando il regista dipinge la figura del padre come un folle imbalsamatore assassino. Notevole la danza macabra con il cadavere della madre, indimenticabili pure le sequenze degli omicidi di fratello e figlia. Laura Antonelli recita con professionalità, la sua immagine è caratterizzata  da un misto di forte sensualità e candida innocenza, cifra artistica che la contraddistingue da altre interpreti del cinema erotico. Ben calati nelle interpretazioni drammatiche Raf Vallone e Patrick Magee, Margot Saint’Ange si mostra in tutta la sua giovanile bellezza, in tono minore Maurizio Degli Esposti come anonimo amante.


Simona è una pellicola che gode di molti pregi, primo tra tutti una fotografia - curata da Aiace Parolin - che ritrae paesaggi nordici tra spiagge renose, vento inclemente e mare in burrasca, ma anche volti e corpi femminili esaltati nei minimi particolari. Il montaggio di Franco Arcalli non è serrato, ma la pellicola e il gusto del tempo prevedono tempi dilatati. La musica di Fiorenzo Carpi è una vera e propria sinfonia melodrammatica diretta con maestria da Bruno Nicolai. Il regista ci sa fare, sembra persino citare lo stile di Tinto Brass, in numerose sequenze erotiche a rischio di taglio censura: il latte sotto la gonna, l’uovo sul corpo di Laura Antonelli, il rapporto lesbico, l’amore a tre, il rapporto zio - nipote, l’amore di gruppo, la provocazione erotica al giovane chierichetto.


La censura del tempo non sequestra e non sforbicia più di tanto, ma vieta il film ai minori di anni diciotto. Molte immagini oniriche, il mare che irrompe tra un sequenza erotica e l’altra, tanti flashback, pensieri che rimandano al passato e molti accenni a Freud, elementi psicanalitici per giustificare follia e segregazione. Il regista segue molte idee in voga negli anni Settanta, usa la psicanalisi per dare una spiegazione alle tare comportamentali e ai problemi in età adulta, riconducendo tutto agli eventi drammatici dell’infanzia. Certo, Longchamps vorrebbe fare cinema d’autore e a tratti scade nel B movie, ma il fascino della pellicola è pure questo, senza tacere di una contaminazione di generi persino eccessiva che va dal romantico all’erotico, passando per melodramma, horror e surrealismo. Frasi come “Il passato è diventato un eterno presente. Cambiare una sola parte significa distruggerlo” sanno di romanzo d’appendice d’altri tempi, ma sono la cifra stilistica del regista.


Amore e morte, sequenze romantiche in riva al mare, erotismo estremo, un’auto che corre sul bagnasciuga, la follia di un padre disperato, sequenze melodrammatiche e persino surreali con gli animali imbalsamati che volano liberi nel cielo della notte. Simbolico il finale: Simona assiste alla morte del torno, ricorda il passato, mentre gli animali imbalsamati si rianimano e volano liberi sotto forma di crisalidi. Un film da riscoprire, che in Italia non ha avuto grande circolazione, ma la collana Pulp Video colma la lacuna pubblicando uno scarno DVD privo di extra.


Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “L’audace regista traduce la sulfurea Storia dell’occhio di Georges Bataille in chiave di calligrafico erotismo surrealista (e visto che è belga, Magritte è citato a manetta): ma quando ci mette del suo, il fascino della ribellione anarchica scade ad assurdità da B-movie intellettuale abortito, come se ne facevano all’epoca. Da recuperare, comunque, per l’interpretazione della Antonelli, di rado così solare e scostumata”. Pino Farinotti (due stelle) riassume sin troppo sinteticamente la trama, ma non esprime giudizi. Morando Morandini non cita neppure il film. Giulio Berruti scrive su Corto in corto - lezioni gratuite per fare cinema (http://cortoin.screenweek.it/archivio/cronologico/2009/06/simona-note-personali.php): “Un film che con una maggiore attenzione e maturità professionale da parte del regista come della produzione italiana, avrebbe avuto uno straordinario successo di pubblico e di critica. Patrick Longhcamps,  persona di grande intelligenza e sensibilità, affrontò questa avventura con soldi propri e una scarsissima preparazione professionale. Patrick aveva grande fantasia creativa, ma era a digiuno totale di tecnica e regole di montaggio. Per questo costruì un lavoro fatto di tante bellissime fotografie ma di poco film”.


A titolo di curiosità, il libro di Bataille - considerato un classico dell’erotismo – gode di alcune edizioni italiane: Simona, L’airone, Roma 1969; Storia dell'occhio, Gremese, Roma 1990 (prefazione di Alberto Moravia); Storia dell'occhio, ES, Milano 2005 e SE, Milano 2008 (con uno scritto di Roland Barthes).
La pellicola circola all’estero come Yo soy la passion (Spagna), Passion (Gran Bretagna), Histoir de l’oeil (Belgio, Francia).

Gordiano Lupi

mercoledì 8 maggio 2013

L'inviato dalla rete


Alessandro Ticozzi
L’inviato dalla rete
Senso Inverso Edizioni – Euro 17 – Pag. 320

Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro. Piatto ricco mi ci ficco! Verrebbe da esclamare. E infatti si comincia con un’intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l’attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota. Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire. E poi ci sono i mostri della commedia all’italiana (e non solo): Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Gabriele Ferzetti, Antonio Pietrangeli (nei ricordi del figlio), Luigi Zampa, Ugo Tognazzi, Ettore Scola, Vittorio Gassmann (intervista alla figlia Paola) Bud Spencer, Steno (visto dal figlio Enrico Vanzina), Renato Pozzetto… Un elenco quasi interminabile. Una miniera di notizie, raccolte con passione e amore cinefilo, sistemate con cura certosina nello spazio di interviste ai protagonisti e – in mancanza del diretto interessato - a chi li ha conosciuti da vicino. Il libro parla anche di musica, molte interviste riguardano Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Mina e il Festivalbar. Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Milo Manara, Folco Quilici, Giovanni Spagnoletti (che riflette su Fassbinder), sono altre perle di un volume che farà la felicità degli appassionati. Se dobbiamo trovare un difetto a questo bel volume, sta nella mancanza di uniformità e nella estemporaneità della collazione dei singoli pezzi, disposti in sequenza senza un filo conduttore. Ma forse la raccolta vuol soltanto seguire il corso delle passioni di un autore che si dimostra grande esperto di cinema italiano, soprattutto commedia e pellicole d’autore, ma anche di musica popolare.
Il materiale raccolto da Ticozzi nel volume è stato tutto pubblicato in rete su riviste e media come Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica, Spettacoli News e Associazione Unis@und. L’autore è laureato al Dams di Padova e va ricordato per un brillante saggio cinematografico intitolato L’Italia di Alberto Sordi (2009). Ha pubblicato anche il romanzo breve Diario di un cinemaniaco di provincia (2010). Il suo sito ufficiale è www.alessandroticozzi.it.

Gordiano Lupi

Il divo (2008)

di Paolo Sorrentino

Regia: Paolo Sorrentino. Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Sorrentino. Fotografia. Luca Bigazzi. Montaggio: Cristiano Travaglioli. Musiche. Theo Teardo. Scenografia: Lino Fiorito. Costumi: Daniela Ciancio. Trucc: Vittorio Sodano. Durata: 110’. Colore. Produzione: Italia/ Francia. Produttori: Francesco Cima, Fabio Conversi, Maurizio Coppolecchia, Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti. Case di Produzione: Indigo Film, Lucky Red, parco Film, Babe Film. Distribuzione: Lucky Red. Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Piera Degli Esposti, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Cristina Serafini, Giovanni Vettorazzo. Premi: Premio della Giuria, Cannes 2008. Miglior Attore a Toni Servillo, European Film Awards 2008, 7 David di Donatello 2009: attore protagonista (Servillo), attrice non protagonista (Degli Esposti), direttore della fotografia, musicista, truccatore, acconciatore e effetti speciali visivi. 5 Ciack d’Oro, 4 Nastri d’Argento 2009, 7 Premi Bif&st 2009, 2 Loma 2009.

Non amo il cinema di Paolo Sorrentino (Napoli, 1970), neppure i temi che affronta con la sua scrittura mi appassionano più di tanto. Ritengo che sia uno dei registi italiani più sopravvalutati degli ultimi anni, anche se possiede tecnica e gusto per le immagini, oltre a essere un buon direttore di attori. Ero un po’ prevenuto affrontando la visione de Il divo, pellicola che ho visto per intero solo nell’onda emotiva della scomparsa di Giulio Andreotti, dopo aver letto molti articoli sulla vita di un uomo politico che ha attraversato cinquant’anni di storia italiana.


In definitiva sono rimasto abbastanza soddisfatto dai contenuti di un film eccessivamente esaltato dalla critica e premiato sino all’inverosimile, non tanto per le qualità cinematografiche (inesistenti), quanto per i contenuti documentaristici. Sorrentino ricostruisce la vita di Andreotti trattandolo come se fosse un robot privo di sentimenti, ricorrendo a un’interpretazione grottesca di Toni Servilo, truccato in maniera perfetta. Andreotti si esprime per frasi storiche, prelevate dagli aneddoti che il politico ha pronunciato nel corso degli anni, si presenta come un uomo senza scrupoli, interessato al potere, incapace di amare e di provare sentimenti, tormentato dal ricordo della morte di Aldo Moro. Non ci stupiamo che a suo tempo Andreotti rifiutò di vedere il film a Cannes insieme al regista e che si stizzì non poco dopo averne appreso i contenuti. Nonostante tutto - come suo stile - non querelò nessuno, anche se avrebbe avuto motivi in abbondanza, lasciando piena libertà di espressione al regista. La costruzione del film sposa senza riserve le ipotesi di connivenza mafiosa di Andreotti, oltre a colpevolizzare il politico per una lunga serie di malefatte legate alla prima repubblica, delitto Moro compreso.


Punto di forza della pellicola è la somiglianza degli attori ai protagonisti della vicenda storica, a partire da uno straordinario Toni Servillo, giustamente premiato. Bravi anche Flavio Bucci nei panni del gaglioffo Evangelisti, Carlo Buccirosso come Cirino Pomicino e Anna Bonaiuto, moglie di Andreotti. Esagerati i premi, una vera pioggia di riconoscimenti, per un pellicola che ha poco a che vedere con il cinema, ma resta un’interessante docufiction. Il difetto più evidente del lavoro di Sorrentino è la poca obiettività, perché il regista sposa una tersi e la porta alle estreme conseguenze, senza concedere nessuna attenuante al protagonista.

Ne viene fuori un Andreotti - Belzebù, protagonista negativo di tutte le nefandezze della prima repubblica, ma soprattutto un personaggio grottesco, irreale, quasi un fumetto satirico di se stesso. Il personaggio di Giulio Andreotti visto da Sorrentino sembra una raffigurazione estrema delle vignette di Forattini, orecchie a punta, posa rigida, curialesca, grandi occhiali, mani che si muovono e corpo fermo sul tronco. Manca la poesia e un po’ di partecipazione empatica agli eventi, il risultato è sin troppo freddo per coinvolgere le spettatore. Questo Andreotti è troppo brutto per essere vero, si finisce per provare simpatia per il vero protagonista che viene fatto oggetto di critica feroce da parte del regista. Per quel che riguarda il cinema, non l’abbiamo visto. Forse i critici dal palato fine sono molto più bravi di noi a individuare lo specifico filmico. Viene da dire a viva voce: Ridateci Elio Petri. 

Gordiano Lupi

domenica 5 maggio 2013

I ratti di Bloodbuster

Che bella la collana I ratti di Bloodbuster! Tutto il cinema dalla B alla Zeta, è il motto della casa editrice, negozio e videoteca milanese noto a tutti gli appassionati di B-movies nazionali e internazionali. Bella perché è stampata su carta lucida di ottima qualità, ideale per le fotografie, ha un formato tascabile, un prezzo accessibile (13 euro per 200 pagine) e si occupa di argomenti interessanti affrontati da autori competenti.


Il primo volume che mi è capitato tra le mani è Nudi e crudeli - I mondo movies italiani, riedizione aggiornata del vecchio (ma sempre attuale) saggio Granata Press, scritto da Antonio Bruschini (un amico prematuramente scomparso) e Antonio Tentori. Certo, non è un libro che soddisferà i palati esigenti dei critici storici del b-movies italiano, perché sintetico e informativo, poco approfondito, alla portata di tutti, divulgativo. A mio parere certe caratteristiche rappresentano un pregio e fanno del volume una preziosa guida che nelle mani di un neofita può trasformarsi nella lanterna ideale per illuminare un percorso iniziatico. Non solo Jacopetti, Cavara e Morra, ma anche Civirani, Mattei, D’Amato e chi più ne ha più ne metta. Non manca un elenco dei film affrontati e un indice per individuare le singole pellicole collegandole alle pagine del testo.


Il secondo volume che ho letto è ancora più prezioso: Carceri… conventi… campi di concentramento… TUTTE DENTRO! - Il cinema della segregazione femminile. Autori Stefano Di Marino (scrittore noir della collana Segretissimo e grande esperto di cose orientali) e Corrado Artale (che prende in esame il genere più esecrato del cinema, il nazi-porno). Non avevamo mai letto un libro così preciso e puntuale nel narrare generi di assoluta serie zeta come women in prison, tonaca-movie e nazi-porno. Pure in questo caso non si scava nei particolari, ci si limita  a segnalare, riassumere, sintetizzare, ma si solletica la curiosità del cinefilo e del semplice curioso, invitandolo a cercare i film per farsi un’idea su generi strampalati che un tempo hanno molti estimatori. Certo, pare passato un secolo dagli anni in cui attendevamo mezzanotte per vedere Le evase su Telelibera Firenze, interpretato da Lilli Carati, oppure facevamo carte false per andarci a sorbire la terza visione de La novizia con una seducente Gloria Guida nei panni di una giovane suora. Sarà perché abbiamo nostalgia della nostra adolescenza inquieta che abbiamo divorato questi due libretti, ricordando Jacopetti e i censori democristiani, ma anche le domeniche al cinema, tra madeleines proustiane che profumano di rimpianto. E ci piacerebbe tanto passare il testimone della nostalgia ai ragazzi del Duemila. Sarà mai possibile?

Gordiano Lupi

sabato 4 maggio 2013

L’ultima trovata - Un libro su Elio Petri


Trent’anni di cinema senza Elio Petri
A cura di Diego Mondella
Pendragon – Euro 16 – pag. 280

Diego Mondella raduna un gruppo di autori (Della Casa, Giusti, Zagarrio, Spagnoletti, D’Agostini, Zanello, Chiesi, Cotroneo, Caldiron, Rossi, Monetti, Marelli, Savatteri, Dottorini, Cairola, bajani,Abbate) per realizzare un’antologia di scritti finalizzati a ricordare Elio Petri, cineasta impegnato ingiustamente sottovalutato dalla critica. Ne viene fuori un buon testo, con tutti i limiti dei lavori antologici, poco uniformi e frammentari, ma che ha il suo punto di forza in un interessante apparato di interviste agli amici e in una stupenda conversazione tra Elio Petri e Dacia Maraini. Degni di nota il capitolo Eliopensiero e una completa filmografia. Il libro ci fornisce lo spunto per parlare di un regista da noi sempre amato e sul quale abbiamo scritto qualcosa a proposito di Un tranquillo posto di campagna, Il maestro di Vigevano e Todo modo.
Elio Petri (Roma, 1929 - 1982), cinefilo sin da giovane, appassionato frequentatore di cineclub, comincia a occuparsi di politica seguendo le convinzioni della sinistra parlamentare. Unisce le due passioni quando assume l’incarico di critico cinematografico per L’Unità e subito dopo inizia una fruttuosa attività di sceneggiatore e aiuto regista a fianco di Giuseppe De Santis. Il soggetto di Roma ore 11 (1952) deriva da un’inchiesta giornalistica del futuro regista, convinto sostenitore del neorealismo nel periodo 1940 - 1960, poi transfuga verso un cinema meno sovietico e più attento alle esigenze del pubblico. Ricordiamo Elio Petri sceneggiatore di lavori popolari come L’impiegato (1959) di Gianni Puccini e  I mostri (1963) di Dino Risi. La prima prova dietro la macchina da presa è L’assassino (1961), un thriller anomalo che racconta l’omicidio dell’amante di un antiquario e la relativa indagine poliziesca, ma il vero scopo del regista è quello di analizzare la mediocrità umana e l’ambiente in cui viviamo.
Il debutto di Elio Petri mostra un cineasta padrone del mezzo espressivo dopo un apprendistato fatto di documentari, critica, sceneggiatura e aiuto regia. Regista impegnato ma votato ad accettare le regole produttive, consapevole che si possa far trapelare messaggio e ideologia anche attraverso la struttura di un giallo. Il suo tema portante sarà quello dell’alienazione dell’uomo contemporaneo all’interno di una società che uniforma e banalizza.
I giorni contati (1962) è ancora più esplicito nel narrare la voglia di fuga dall’omologazione, da un quotidiano sempre uguale che annichilisce e distrugge la creatività. Il protagonista scopre sin dalla prima sequenza di avere i giorni contati perché vede un morto in autobus. Elio Petri subisce l’influenza della nouvelle vague, ama raccontare i problemi che affliggono la società contemporanea, gira anche cinema di genere ma solo per trasmettere un messaggio politico. Da questo film Petri comincia a fare uso del piano sequenza secondo la lezione di Antonioni, modificando il montaggio e inserendo nuovi elementi visivi e sonori che rappresentano la sua cifra stilistica. I tempi cominciano a essere dilatati, i gesti quotidiani del protagonista sono ripresi con attenzione. Il maestro di Vigevano (1963), interpretato da Alberto Sordi, tratto da un romanzo di Mastronardi, è un buon lavoro commerciale, come Peccato nel pomeriggio, episodio di Alta infedeltà (1964), girato con Salce, Monicelli e Rossi. La decima vittima (1965) è cinema fantastico allo stato puro, sceneggiato da Flaiano, Guerra e Salvioni sulla base del racconto di Robert Sheckley, girato all’Eur e interpretato da un ottimo Marcello Mastroianni. L’alienazione è sempre in primo piano in una società del futuro dove il potere mediatico mette in scena squallidi giochi al massacro. Petri comincia a collaborare con Gian Maria Volontè, che diventa il suo attore di riferimento a partire da A ciascuno il suo (1967), una pellicola contro la mafia tratta dal romanzo di Leonardo Sciascia. Ugo Pirro diventa il suo sceneggiatore di fiducia e ne condizionerà la poetica futura. In questo periodo Elio Petri studia la condizione dell’uomo nella società contemporanea, anche se nella pellicola Un tranquillo posto di campagna (1968) la riflessione è limitata alla figura dell’artista che non trova tranquillità nel mondo circostante. Altri temi prediletti da Petri sono il rapporto tra uomo e autorità, configurata nel datore di lavoro che aliena l’operaio e lo conduce verso la follia, ma anche nella giustizia che assolve sempre se stessa. La vita politica italiana diventa il nodo centrale del suo cinema e una visione critica del sistema accompagna uno stile che diventa sempre più ermetico.
Petri gira pellicole importanti come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) - Oscar per il miglior film straniero - e La classe operaia va in Paradiso (1971) - Palma d’Oro a Cannes.  Le pellicole del registra romano sono raffinate, colte, ridondanti e fin troppo intellettuali, ma riescono a mantenere un equilibrio grazie alla valida denuncia sociale e alla recitazione di Gian Maria Volontè. La denuncia antigovernativa di Elio Petri perde forza con gli ultimi lavori, a partire da La proprietà non è più un furto (1973), film molto politico, confuso e di complessa interpretazione, sia per lo stile con cui è girato che per una recitazione teatrale molto sopra le righe. Todo modo (1976) è la trasposizione di un altro romanzo di Sciascia, ma è girato secondo un registro grottesco che ne stempera la forza polemica di denuncia nei confronti del potere. Ricordiamo Ciccio Ingrassia in un’intensa parte drammatica e Gian Maria Volontè nei panni di un uomo politico molto simile ad Aldo Moro. Gli ultimi lavori di Petri sono il televisivo Le mani sporche (1979), tratto da un lavoro di Sartre, e Buone notizie (1979), un atto di accusa intriso di pessimismo contro il potere dei media.
Il cinema di Elio Petri è stato spesso accusato di eccessivo intellettualismo, di ermetismo e di scarsa concessione allo spettacolo per inseguire un discorso politico. Resta comunque un cinema importante in un panorama di scarso impegno che caratterizza i nostri anni Settanta cinematografici, perché ha saputo mettere il dito nella piaga e denunciare i mali di un Paese ostaggio della mafia e di una classe politica corrotta. Non solo. Si tratta di un cinema ispirato da molti autori del teatro dell’assurdo, gente come Ionesco, Beckett, Borges e Sartre, caratterizzato dal suo essere antirealista, se non addirittura iperrealista e surreale. 

Gordiano Lupi

sabato 27 aprile 2013

I magliari (1959)

di Francesco Rosi

Francesco Rosi (Napoli, 1922)

Regia: Francesco Rosi. Produzione: Vides Cinematografica (Francia), Titanus (Italia). Produttore: Franco Cristaldi. Distribuzione: Titanus. Soggetto: Suso Cecchi D’Amico, Franco Rosi. Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Giuseppe Patroni Griffi, Franco Rosi. Fotografia: Gianni Di Venanzio. Montaggio: Mario Serandrei. Scenografia: Dietel Bartels. Costumi: Graziella Urbinati. Musica: Piero Piccioni. Interpreti: Alberto Sordi, Renato Salvatori, Belinda Lee, Aldo Bufi Landi, Nino Vingelli, Aldo Giuffré, Nino Di Napoli, Lina Vandal, Joseph Dahmen, Carmine Ippolito, Pasquale Cennamo, Ubaldo Granata, Else Knott, Salvatore Cafiero, Lina Vandal, Antonio La Raina. Durata: 121’. Bianco e Nero. Premi. Nastro d’Argento (1960) - Miglior Fotografia in bianco e nero.


I magliari è un film importante del cinema italiano, una commedia neorealista dai risvolti drammatici che racconta la dura vita degli emigranti in Germania, l’arte di arrangiarsi, il contrasto tra lavoratori onesti e truffatori. Il film è interamente girato in Germania, tra Hannover e Amburgo, fotografato in un livido bianco e nero dal grande Gianni Di Venanzio, ben musicato da Piero Piccioni, che mixa alcuni pezzi d’epoca, e girato senza sbavature da Francesco Rosi. Soggetto e Sceneggiatura sono appassionanti: Suso Cecchi D’Amico e Giuseppe Patroni Griffi scrivono una storia di denuncia sociale, per niente retorica, ricca di elementi sentimentali e comici.


Mario Balducci (Salvatori) è un operaio emigrato ad Hannover, rimasto senza lavoro e deciso a tornare in Italia, che incontra Ferdinando Magliulo detto Totonno (Sordi), un magliaro romano che lavora per la banda di Don Raffaele (Ippolito). Totonno inserisce Mario nel lavoro truffaldino, insegnandoli come si vendono stoffe e tappeti di scarsa qualità ingannando gli acquirenti. Totonno tradisce Don Raffaele, alcuni uomini della banda vanno con lui ad Amburgo, dai coniugi Mayer, che vorrebbero controllare il mercato dei magliari. Non è così facile, perché un gruppo di polacchi rende la vita dura, arrivando persino alla scontro fisico. In questi frangenti sboccia l’amore tra Mario e Paula Mayer (Lee), un’ex prostituta sposata con il boss tedesco, ma il rapporto è destinato a finire perché la donna non vuol tornare a vivere un’esistenza da povera. Totonno rivela tutta la sua incapacità a fare il capo, al punto che il signor Mayer stipula un accordo con Don Raffaele e si libera di lui in malo modo. Totonno torna a ordire piccole truffe in proprio, mentre Mario decide di rientrare in Italia per fare una vita povera ma onesta. Rientrerà solo e affranto, perché la sua donna non è disposta a seguirlo. Memorabile il piano sequenza di Salvatori che alza il bavero al cappotto e si allontana nel grigiore del porto di Amburgo, mentre Belinda Lee scompare in lontananza.


Il personaggio di Mario Balducci doveva essere interpretato da Marcello Mastroianni, ma la produzione optò per Renato Salvatori, dopo il rifiuto del primo a recitare nella pellicola. Alberto Sordi incontrò personalmente i magliari per immedesimarsi nel personaggio. Francesco Rosi afferma: “Sordi aveva un grande cuore ma non voleva dimostrarlo. Faceva di tutto per nasconderlo. Attore di verità, sebbene la sua verità nei personaggi che interpretava diventasse una verità ricostruita. La sua era una recitazione comica che non perdeva mai il contatto con la realtà. Pretesi lui per I magliari e lui fu d’accordissimo a interpretare il personaggio. Passare dai toni drammatici ai toni comici senza perdere il fondo dell’indagine realistica fu un lavoro magnifico. I magliari è un film fotografato da Gianni Di Venanzio in modo splendido. In una sequenza ho chiesto a Sordi di rivolgersi al pubblico direttamente, una piccola invenzione che lui ha interpretato da grandissimo attore e che successivamente molti hanno copiato”.


Francesco Rosi è bravo a mettere il dito nella piaga dell’emigrazione italiana in Germania e a farlo con leggerezza. Ottime le sequenze nelle baracche degli operai, nella pizzeria napoletana, tra compaesani che si ritrovano. Notevole la stigmatizzazione dei due caratteri: Salvatori è l’operaio che vorrebbe guadagnare onestamente il suo denaro, Sordi è il truffatore di piccolo calibro, meschino, senza scrupoli, che vive di espedienti. Le truffe organizzate da Sordi sono la parte comica della pellicola, mentre Salvatori si ritaglia uno spaccato romantico con la collaborazione di Belinda Lee. La bella attrice britannica è una promessa non mantenuta del cinema, perché morirà due anni dopo in un incidente automobilistico in California. Gualtiero Jacopetti (il suo compagno alla guida dell’auto) le dedicherà il film La donna nel mondo (1963).


I magliari è stato restaurato nel 2009 dalla Cineteca del Comune di Bologna e dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, per il progetto 100 + 1. Cento film e un paese, l’Italia delle Giornate degli Autori di Venezia. Il laboratorio L’Immagina Ritrovata della Cineteca di Bologna ha lavorato sui negativi originali depositati dalla Titanus, realizzando una versione presentata alla 66a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Versione passata in data 25 aprile 2013 anche su Rai Tre.


Rassegna critica. Paolo Mereghetti (due stelle e mezzo): “Per la sua opera seconda, Rosi riprende i temi de La sfida (la lotta, all’interno di un’organizzazione semi-illegale, tra il vecchio boss e il nuovo arrivato), concedendo però maggior spazio al percorso antitetico dei due protagonisti: il rassegnato Mario, che in extremis capisce come i continui compromessi etici finirebbero per perderlo, e l’amorale Totonno, che nel trionfo della sua arte d’arrangiarsi mette in campo l’egoismo tipico di un’italianità che sopravvive ai limiti della legalità. Strabordante e buffonesco, Sordi sbilancia l’equilibrio del film, catturando la scena con la sua abilità istrionica (indimenticabile il soliloquio conclusivo, quando nasconde a se stesso la sconfitta e si immagina in nuove avventure): ma al contempo vivifica una vicenda  che rischiava di scivolare nel letterario, con Salvatori immigrato buono che si lascia corrompere e la Lee nevrotica donna del miracolo economico, insoddisfatta di pellicce e gioielli”.


Morando Morandini (due stelle e mezzo, la critica; tre stelle, il pubblico): “Francesco Rosi continua, approfondendo, il discorso de La sfida (1958), descrivendo la mafia infiltrata tra gli emigranti. La presenza debordante di Alberto Sordi squilibra il racconto inclinandolo troppo sul versante della commedia”. Pino Farinotti (tre stelle): “In Germania un gruppo di napoletani si mette nel mercato delle stoffe. (…) Tra tanti affari, una storia d’amore tra la bella moglie di Mayer e Mario, giovane operaio. I due, comunque, si lasciano quando Mario decide di abbandonare tutto e tornare in Italia”. Condividiamo quasi totalmente la sintesi di Mereghetti. La presenza di Alberto Sordi salva il film dal farlo diventare un fumettone melodrammatico. Piccolo capolavoro.

Gordiano Lupi

domenica 21 aprile 2013

Lo scopone scientifico (1972)

di Luigi Comencini


Regia: Luigi Comencini. Soggetto e Sceneggiatura. Rodolfo Sonego. Scenografia: Luigi Scaccianoce. Arredamento: Bruno Cesari. Costumi: Bruna Parmesan. Montaggio: Nino Baragli. Fotografia: Giuseppe Ruzzolini. Musiche: Piero Piccioni. Edizioni Musicali: Radiofilmusica spa, Roma. Aiuto Regista: Silla Bettini. Operatore alla Macchina: Elio Polacchi. Direttore di Produzione: Piero Lazzari. Produttore Esecutivo: Fausto Saraceni. Produzione: Dino De Laurentiis, Filmauro. Interpreti: Alberto Sordi, Silvana Mangano, Joseph Cotten, Bette Davis, Mario Carotenuto, Domenico Modugno, Antonella Di Maggio, Daniele Dublino, Luciana Lehar, Franca Scagnetti, Luciano Martana, Aristide Caporale, Alfredo Capri, Goffredo Pistoni, Leonardo Pantaleo, Guido Cerniglia, Emilio Cappuccio, Dante Cecilia, Riccardo Perucchetti, Piero Morgia, Luigi Antonio Guerra, Fabio Garriba, Dalila Di Lazzaro. Colore: Spes di E. Catalucci. Durata: 116’. Premi: David di Donatello ad Alberto Sordi e a Silvana Mangano (migliori attori protagonisti); Nastro d’Argento a Mario Carotenuto (miglior attore non protagonista). Selezionato tra i cento film italiani da salvare.


“Lo scopone scientifico è una favola molto giusta sulla lotta dei deboli contro i potenti”, diceva Luigi Comencini del suo film.  Non aveva tutti i torti. Ed è anche il solito film di Comencini dove i bambini assurgono a protagonisti, pur restando sullo sfondo, come unici depositari della verità. La storia è di Sonego, fido sceneggiatore di Alberto Sordi, che scrive un apologo fiabesco basandosi su un avvenimento reale al quale aveva assistito a Napoli nel 1947. Una miliardaria americana (Davis) e il suo autista (Cotten) da otto anni vengono a Roma, vivono in una villa stupenda e sfogano il vizio del gioco sfidando una coppia di borgatari (Peppino e Antonia) a scopone scientifico. Peppino lo stracciarolo è interpretato da un Sordi in gran forma, così come la popolana Antonia è un’ispirata Silvana Mangano. Il film è perfetto. Non una sbavatura di sceneggiatura. Non un errore di prospettiva. Un piccolo capolavoro. Comencini riprende la vita delle borgate romane nei primi anni Settanta, inquadra volti di bambini che lavorano e non hanno tempo per giocare, ritrae la disperazione della povera gente che sogna il miracolo ma ricade sempre nella polvere. La partita a scopone scientifico con la vecchia signora sarebbe l’occasione della vita, ma i due borgatari arrivano a un passo dal successo, senza riuscire a ottenerlo. Antonia prova a giocare insieme a Righetto il baro (Modugno), un professionista delle carte, ma il risultato non cambia, e Peppino non sa se essere contento o dispiaciuto. La vendetta finale contro la vecchia che si porta via trecentomila lire date in prestito da uno strozzino è consumata da una bambina (Di Maggio), di nome Cleopatra (nomen omen), che alla partenza le regala un dolce avvelenato. Luigi Comencini afferma: “La bambina è l’unica a possedere la verità. Di fatto, ho portato una grande attenzione a questa bambina, e credo che questo si veda... Ha un senso preciso della realtà, vede le cose come sono, non vive nella stessa illusione della sua famiglia e di tutto il tessuto sociale della baraccopoli in cui si trova: illusione che li porta tutti alla follia”.


La trama è semplice ma la storia di contorno è complessa e ben sviluppata, così come è curata in senso neorealistico l’ambientazione romana, anche se la vita di borgata è permeata di realismo fiabesco e l’azione passa dalle catapecchie di periferia al castello della strega. Mario Carotenuto regala un’interpretazione giustamente premiata, è un intellettuale marxista da bar, rispettato dagli ignoranti e consultato in caso di bisogno. Pure la coppia Sordi - Mangano è stratosferica, meritano il David di Donatello, ben calati nella parte dei poveri borgatari con un’immedesimazione totale. Sordi è ancora una volta il mediocre che cerca di cambiare vita, ma viene travolto dagli eventi, anche quando pensa di potercela fare. Intensa l’interpretazione come uomo geloso della moglie, suo unico punto di riferimento, quando si sente male e vorrebbe suicidarsi perché è andata a giocare insieme al vecchio spasimante. Silvana Mangano è la donna di borgata, la popolana coraggiosa che non si arrende. Stupenda la scena finale con Peppino e Antonia che si abbracciano dopo l’ultima sconfitta: “Che c’importa dei soldi, noi ci vogliamo bene!”. Bette Davis è una perfida giocatrice che non comprende le necessità dei poveri, in fondo è una donna sola, senza cuore, con la passione del gioco. Joseph Cotten - per la terza volta in carriera accanto a Bette Davis - è l’amore della sua vita, ridotto a fare l’autista. I cinque figli che lavorano in un’azienda di pompe funebri e contribuiscono al menage familiare rappresentano un’idea surreale e divertente.

Bette Davis

Il film è molto teatrale, girato in interni e nella borgata fangosa, tra casupole in lamiera e baracche, ricorrendo ai primi piani, giocando su sguardi ed espressioni dei protagonisti. L’attenzione al mondo dei bambini è una cifra stilistica di Comencini che qui si tiene alla larga dal cinema impegnato per girare una vera e propria fiaba, un apologo morale. I bambini sono piccoli uomini, consapevoli più dei grandi che per vivere bisogna lavorare e soffrire.

Dalila Di Lazzaro è la bionda infermiera di Bette Davis

Bette Davis, come si legge nel libro Mother Goddam di Whitney Stine (Hawthorn Books, 1974), ricevette il copione quando era in vacanza alle terme di La Costa, California, e accettò la parte con entusiasmo. La sua unica delusione fu che il film venne girato in italiano e restò molto contrariata dal fatto che Sordi - pur parlando bene l’inglese - si rifiutò di dialogare con lei nella sua lingua. Bette Davis dice di averlo soprannominato Alberto Sordido.

Il tavolo da gioco

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (tre stelle): “Una commedia paradossale e amarissima, apologo favolistico sulla forza del denaro ed esplicita metafora sui rapporti tra America e colonie.  Punto di passaggio della commedia all’italiana verso temi più neri e radicali (nonostante un finale di rivolta e fiducia nei ragazzini, affidato a una bambina programmaticamente presa dalla strada, Antonella Di Maggio). Il film dopo un ottimo spunto iniziale tende a frammentarsi in una serie di annotazioni forse un po’ troppo ripetitive: l’intellettuale marxista senza una lira (Carotenuto), il prete attendista (Dublino), il maggiordomo (Somma), ma si regge su un quartetto di attori in grande forma, specie la Mangano che torna alle origini dopo i ruoli regali nei film di Pasolini e Visconti”. Mereghetti fa notare che Dalila Di Lazzaro è la bella infermiera bionda di Bette Davis, anche se non è citata nei titoli di coda. Morando Morandini (quattro stelle, la critica - tre stelle, il pubblico): “Una vetta della commedia italiana, basata sulla dialettica denaro - potere. E la morale è amara: a giocare con i ricchi (con chi tiene il banco) si perde sempre. Non c’è divisione tra buoni (poveri) e cattivi (ricchi): la linea di separazione è segnata dalla classe sociale e dall’obbligata scelta di campo. Film appassionante, interpretabile a vari livelli e recitato da attori infallibili”. Pino Farinotti (tre stelle): “Da una parte il piacere della vecchia miliardaria di dimostrare che la vittoria sarà sempre sua, dall’altra la speranza di una coppia di baraccati che una vincita cambierebbe radicalmente la loro vita. La sottile vendetta sta in un dolce avvelenato…”




Gordiano Lupi