giovedì 22 marzo 2018

Trionfano i Manetti Bros


David di Donatello a pioggia per Ammore e malavita





Vince l’originalità dei Manetti al David di Donatello. Ammore e malavita si porta via diverse statuette: miglior attrice non protagonista (Claudia Gerini), colonna sonora (Pio e Aldo De Scalzi), canzone originale (Bang Bang di Pio e Aldo De Scalzi), costumi (Daniela Salernitano) e soprattutto miglior film, il premio più ambito. Ripercorriamo brevemente la carriera dei due registi romani, che nascono dall’underground e che ricordiamo di aver conosciuto circa vent’anni fa, a Livorno, nel corso di Joe D’Amato Horror Festival. Originali sin da Consegna a domicilio, episodio del film collettivo DeGenerazione (1995), interessanti nel graffiante Zora la vampira (2000), nel thriller Piano 17 (2005), seguito dai più anonimi Cavie (2009) e L’arrivo di Wang (2011), sono autori del primo film italiano in 3 D con l’angosciante e claustrofobico Paura (2012). Il successo arriva improvviso con Song’e Napule (2013) e con la conferma di Ammore e malavita (2017). Importante la televisione con le serie di successo Ispettore Coliandro, Crimini e Rex 7 e 8, media che li aveva visti debuttare con l’insolito Torino Boys (1997). I Manetti hanno anche prodotto due horror a basso costo molto interessanti di Gabriele Albanesi (Il bosco fuori e Ubaldo Terzani Horror Show) e molti videoclip.

Trionfa Napoli al David di Donatello, perché Napoli velata vince come miglior scenografia (Denis Gogturk) e fotografia (Gian Filippo Corticelli), mentre il regista Giuliano Montaldo è miglior attore non protagonista per Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni. Donato Carrisi è il miglior regista esordiente (La ragazza nella nebbia), Stefania Sandrelli vince un David Speciale, Steven Spielberg e Diane Keaton due David alla Carriera. Grande successo per il musicale - biografico Nico di Susanna Nicchiarelli - che in provincia abbiamo visto grazie ai Cineclub e alle sale di essai - che vince quattro David: sceneggiatura originale, trucco (Marco Altieri), acconciature (Daniela Altieri) e suono. Premi anche per Riccardo va all’inferno (costumi), Jasmine Trinca (attrice protagonista in Fortunata), Renato Carpentieri (attore protagonista ne La tenerezza) e il giovane Jonas Carpignano (miglior regia con l’intenso A’ Ciambra). Sicilian Ghost Story vince per la miglior sceneggiatura non originale. Alfonso Goncalvez prende un David per il montaggio accurato e rapido di A’ Ciambra, Gatta cenerentola vince come miglior produzione ed effetti digitali, mentre La lucida follia di Marco Ferreri si prende il David per il miglior documentario. David Giovani a Francesco Bruni per Tutto quello che vuoi.


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venerdì 16 marzo 2018

Una spirale di nebbia (1977)

di Eriprando Visconti




Regia: Eriprando Visconti. Soggetto: Michele Prisco (romanzo omonimo). Sceneggiatura: Fabio Mauri, Roselyne Seboue, Lisa Morpurgo, Luciano Lucignani, Eriprando Visconti. Fotografia. Blasco Giurato. Montaggio: Kim ARcalli. Costumi: Clelia Gonzales. Musiche: Ivan Vandor. Formato: 1.85. Colore. 35 mm.. Durata: 88’. Produzione: Serena. Interpreti: Marc Porel (Fabrizio Sangermano), Stefano Satta Flores (Giudice Marinoni), Carole Chauvet (Valeria, moglie di Fabrizio), Flavio Bucci (Vittorio, l’amico medico), Duilio Del Prete (Marcello, avvocato di famiglia), Claude Jade (Maria Teresa, moglie di Marcello), Martine Brochard (Lavinia, infermiera e amante di Vittorio), Eleonora Giorgi (Lidia, fidanzata del Giudice Marinoni), Corrado Gaipa (il patriarca della famiglia Sangermano), Marina Berti (Costanza Sangermano), Barbara Piulavin (Madre del Giudice Marinoni), Victoria Zinny (governante casa Sangermano), Anna Buonaiuto (cameriera), Roberto Posse (Molteni). (La scheda del film è stata presa da Prandino – L’altro Visconti di Colombo e Gerosa, Edizioni Il Foglio, 2018).



Una spirale di nebbia è un thriller psicologico sceneggiato sulla base del romanzo di Michele Prisco (1966), vincitore del Premio Strega e basato su una serrata critica alla borghesia partenopea. Eriprando Visconti legge l’opera dello scrittore, nota affinità con le tematiche che gli sono più care, ambienta l’azione nella amata Lombardia e il gioco è fatto. Il regista serve allo spettatore un piatto prelibato a base di crisi coniugali, famiglie borghesi in disfacimento e netto rifiuto dell’istituzione matrimoniale. Tutti temi già presenti nello stupendo debutto de Una storia milanese, qui molto stemperati e resi meno chiari da una sceneggiatura non troppo felice. Non è facile sintetizzare una trama basata sul racconto di alcune crisi coniugali borghesi, un vero e proprio romanzo corale impaginato su diversi rapporti che si stanno consumando su loro stessi per svariati motivi.


Nel corso di una battuta di caccia, fuori dalla loro residenza di campagna, Fabrizio (Porel) uccide con un colpo di fucile la moglie Valeria (Chauvet). Non ci sono testimoni, se non indiretti. Maria Teresa (Jade), cugina di Fabrizio, è convinta che l’uomo sia innocente. Marcello (Del Prete), avvocato di famiglia, segue il caso dall’esterno e cerca di modificare il corso giudiziario. Il giudice Marinoni (Satta Flores) indaga ma trova solo indizi e non certezze. Maria Teresa è sposata con Marcello, presto scopriamo che il marito è impotente e nonostante tutto sostiene di aver messo incinta la cameriera e vuole riconoscere il figlio che la donna ha concepito con l’autista. Il film è sceneggiato in maniera abbastanza confusa e ruota attorno alle indagini del Giudice Marinoni sul caso di omicidio (colposo o volontario?), fino al finale aperto, inquietante e suggestivo, nel quale il mistero resta avvolto da una spirale di nebbia. Visconti non è interessato tanto alla trama e al successo di pubblico che potrebbe riscuotere un thriller ricco di colpi di scena.


Non è il suo genere di film. Lo spettatore se ne rende conto dalle sequenze esplicite di sesso e dai molti (persino troppi) nudi integrali di cui è costellata la pellicola. Visconti vuol trasgredire, come sua regola, persino infastidire, descrivere lo squallore di alcuni rapporti matrimoniali per puntare il dito accusatore su un istituto che ritiene inutile e superato. Un film mai così moderno come di questi tempi in cui il matrimonio è diventato uno stupido gioco al massacro senza alcuna importanza di sacramento o di impegno civile per costituire una famiglia. Visconti racconta famiglie disgregate, mariti impotenti, compagni masochisti, mogli sadiche, fidanzate moderne che non vogliono sposarsi, amanti delusi, rapporti rubati fuori dalle mura domestiche, uomini vigliacchi e bugiardi. La borghesia è sul banco degli imputati, i rapporti matrimoniali vengono fustigati come la tomba di un amore che si stempera sempre più e finisce nel niente, in una spirale di nebbia, appunto. E non è importante che quel colpo di fucile che uccide Valeria sia stato sparato volontariamente – come pare – da Fabrizio, quel che conta è che ha posto la parola fine a un rapporto che sarebbe dovuto terminare molto tempo prima.


Attori bravi, dai francesi Porel, protagonista indiscusso, e Chauvet, fino agli italiani Satta Flores e Giorgi (in un ruolo breve ma inteso da fidanzata moderna del giudice), passando per Jade e Brochard, fino a un insolito Del Prete. Ottima l’ambientazione milanese, tra brughiere e nebbia, in una campagna ben fotografata nei suoi acquitrini fangosi e alberi resi spogli dal gelo autunnale. Buone le parti teatrali e i dialoghi, anche se il film tarda a mettersi in moto e risente di una partenza troppo lenta, resa ostica da un incedere per flashback. La tecnica di Visconti è ai massimi livelli, l’uso continuo – persino eccessivo – del piano sequenza è il marchio del grande regista che porta la macchina presa a indagare nelle camere borghesi dove si consumano torbidi amori.


Il clima del film è malsano, grazie a personaggi sgradevoli che mettono in luce tare ereditarie e realistici difetti umani. Il sesso esibito non è mai gioioso e liberatorio alla Tinto Brass, ma cupo e angoscioso alla Cavallone, dispensato a piene mani con voglia di trasgredire e di stupire, per far assegnare al film un divieto ai minori che limita la presenza del pubblico. Una spirale di nebbia non è un film facile, non va bene per tutti i palati e non è l’ideale per passare una serata spensierata. Necessita di essere storicizzato, per una buona comprensione va calato nella realtà italiana di fine anni Settanta, ma risulta più che mai moderno e attuale.


Per vedere il film:





mercoledì 14 marzo 2018

Malamore (1982)


di Eriprando Visconti


Regia: Eriprando Visconti. Soggetto e Sceneggiatura: Roberto Gandus, Eriprando Visconti. Fotografia: Luigi Kuveiller. Musiche: Aldo Savi. Montaggio: Nino Baragli. Costumi: Celia Gonzales. Scenografie: Gian Maurizio Fercioni. Formato: 1.85. Colore. 35 mm. Genere: Drammatico, Storico. Durata: 90’. Produzione: Luciano De Feo per Arcana e D.A.C.. Interpreti: Nathalie Nell (Maria, la prostituta), Jimmy Briscoe (Marcello, il nano), Antonio Marsina (Cesare), Remo Girone (Il Monco), Serena Grandi (prostituta), Leonardo Treviglio (Il cieco), ElizabethKaza (Leni, la maitresse), Leopoldo Trieste (amministratore), Cesare Barbetti (padre di Marcello), Monica Scattini (prostituta), David Brandon (maggiore Banfield), Linda Spriggs (prostituta nana), Fiorella Molinari (prostituta), Cinzia Cavalieri (prostituta), Renata Zamengo (cameriera).


Per lui tutto era troppo grande, anche l’amore, recita la frase di lancio che campeggia sui flani e nei ritagli di stampa. L’ultima pellicola di Eriprando Visconti è troppo introspettiva e viscontiana per convincere una critica ingessata e un pubblico che attende una nuova trasgressione come ai tempi de La orca. Il paragone inevitabile tra Malamore e Gruppo di famiglia in un interno (1974) fa uscire sconfitto il meno famoso nipote, portando in trionfo l’eroe proustiano di Luchino, quel Burt Lancaster che odia la modernità e si rifugia in un mondo composto da antiche certezze. 


L’interpretazione più lucida di Malamore la dobbiamo a Corrado Colombo - profondo conoscitore dell’opera del Maestro - che pone l’accento sulla metafora del nano vista come fallimento esistenziale e il profondo disagio di accettare se stessi. La storia è molto piccola, ma profonda e ben sceneggiata, anche se spesso rischia di arrotolarsi su se stessa e di ripetere concetti già espressi. Tutto ruota attorno a un’idea forte e originale, trasgressiva come gran parte del cinema di Visconti: il racconto dell’amore impossibile tra un nano e una puttana. La meschinità è la nota dominante di una pellicola dove tutti sfruttano gli altri e stanno insieme soltanto per bisogno e interesse. In un quadro di malaffare la sola ad avere un briciolo di cuore è la puttana che finisce per sacrificare la sua vita a un malinteso amore nei confronti del nano, che salva da morte sicura. Il nano resta solo con la sua bella ridotta a un essere che nessuno vuole, proprio come lui, che ha perso la madre nel giorno del concepimento e il padre in un incidente di guerra. 


Malamore è costellato di personaggi squallidi e senza scrupoli, da una laida maitresse (Kaza) che approfitta di un cieco per fare l’amore, a un monco (Girone) che progetta la morte del nano, all’amante diabolico (Marsina) che sfrutta la prostituta per interesse, fino al nano che ottiene quel che vuole per mezzo del denaro. Il senso profondo del film sta tutto in un dialogo tra il nano e la puttana: Potresti innamorarti di un nano?, E tu ti metteresti con una puttana?. Interpreti ben calati nei ruoli, da Briscoe e Nell, fino a Marsina e Girone, passando per Kaza e un poco utilizzato Trieste, persino per Scattini e Grandi, credibili come prostitute d’epoca. Malamore è una storia che dà risposte certe a interrogativi impossibili, un melodramma debitore per atmosfere al cinema di Matarazzo e per profondità introspettiva a Luchino Visconti. Puro cinema storico e di sentimenti, ambientato benissimo ai tempi della Prima Guerra Mondiale, con gli austriaci invasori che bombardano, fucilano traditori e disertori, in una villa dell’Oltrepo Pavese, residenza di Visconti da sfollato. 


Tecnica di regia ai massimi livelli, perfetta per illuminare le zone d’ombre della vita (Colombo), che mette in risalto i tempi morti e un montaggio compassato, accompagnato da una fotografia morbida e avvolgente. Il pessimismo è la nota dominante del film, costante psicologica che accompagna la vita del regista, ma non per questo la messa in scena è meno imponente, la ricostruzione di un bordello d’epoca è perfetta nei minimi particolari e i costumi sono molto viscontiani. Malamore è impaginato con passione e senza risparmio, molto teatrale, ricco di dialoghi letterari costruiti da Gandus e Visconti, arricchito da carrellate e panoramiche, primi piani e soggettive, intensi piani sequenza. Cinema d’autore realizzato con un budget modesto che apprezzano in pochi - le eccezioni critiche sono tutte datate anni Novanta - oltre a non riscuotere l’interesse del pubblico. Testamento spirituale di Eriprando Visconti, che dopo questo plateale insuccesso non farà più cinema, lasciandoci la sua metafora terminale di un amore vissuto fuori sintonia con la vita. Da riscoprire.

Alcune sequenze di Malamore


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