mercoledì 15 aprile 2020

Il ciclone (1996)


di Leonardo Pieraccioni


Regia: Leonardo Pieraccioni. Soggetto: Leonardo Pieraccioni. Sceneggiatura: Leonardo Pieraccioni, Giovanni Veronesi. Fotografia: Roberto Forza. Montaggio: Mirco Garrone. Musica Claudio Guidetti. Scenografia: Francesco Frigeri. Costumi: Nicoletta Ercole. Effetti Speciali: Fabio Traversari. Produzione: Vittorio e Rita Cecchi Gori per Cecchi Gori Group. Distribuzione: Cecchi Gori Group. Genere. Commedia. Durata: 91’. Interpreti: Leonardo Pieraccioni (Levante), Massimo Ceccherini (Libero), Barbara Enrichi (Selvaggia), Sergio Forconi (Osvaldo), Alessandro Haber (Naldone), Tosca D’Aquino (Carlina), Paolo Hendel (Pippo), Lorena Forteza (Caterina), Natalia Estrada (Penelope), Benedetta Mazzini (Isabella), Pilar Marin (Conchita), Anna Valeria Dini (Ines), Corinna Locastro (Maura), Mario Monicelli (Voce di Gino), Jerry Potenza (Lele), Gianni Ferreri (Gigi), Patrizia Corti (Franca), Gianni Pellegrino (Nello), Giuliano Grande (gratta e vinci), Alessio Caruso (Alejandro).


Un film talmente famoso da aver prodotto persino lo pseudonimo di una cantautrice (Levante), 75 milioni di euro d’incasso, una valanga di premi (persino eccessivi), soprattutto come miglior attore e miglior regista a un Pieraccioni che svolge il suo compito con generosità e passione, ma niente voli pindarici, purtroppo. Il ciclone si guarda volentieri anche oltre vent’anni dopo la sua uscita in sala ma ci rendiamo conto di tutte le sue debolezze. Partenza sprint con la presentazione degli attori -molto affiatati - e relative macchiette, battute, personalità, per poi calare inesorabilmente verso la metà della storia, dopo l’arrivo delle ballerine al casolare della famiglia Quarini e l’inevitabile amore tra Levante e Caterina. 

La storia è troppo nota per raccontarla, in fondo non esiste neppure una trama ma una riuscita riunione di personaggi in un borgo toscano, interpretati da un gruppo di attori in forma per dare vita a un riuscito film corale. Levante (Pieraccioni) è il ragioniere tutto calcoli e dichiarazioni Iva che finisce per innamorarsi di una ballerina di flamenco; Carlina (Tosca D’Aquino) è l’eterna innamorata di Levante che si ricorda per il gesto beffardo con la mano al naso (piripì); Pippo (Hendel) è il meccanico macho e allupato (Metto la sirena e faccio scattare il pronto soccorso erotico! Oggi finocchi freschi!); Selvaggia (Enrichi), innamorata della farmacista, vive un rapporto litigioso e vorrebbe fare outing, ma si concede una scappatella con Penelope; Nardoni (Haber) è l’impresario in bolletta che si consola trovando l’amore; Caterina (Forteza) e Penelope (Estrada) sono la nota erotico – esotica della pellicola, sconvolgendo Levante e Selvaggia; Libero (Ceccherini) è l’artista incompreso un po’ grullo che dà il ramato alle viti e non riesce mai a portare a termine una storia con una donna. Poi ci sono i personaggi da una battuta: Che ce l’hai il gratta e vinci?


C’è Mario Monicelli che presta la voce a Gino quando conversa con Levante dalla sua casa di campagna e non si vede mai. Novità della trama: l’attenzione all’amore omosessuale al femminile, fino a quel momento poco trattato dal cinema italiano, soprattutto in una commedia. Secondo film firmato Pieraccioni - la sceneggiatura di Veronesi si sente sin dalla fastidiosa voce fuori campo che imperversa - decisamente superiore a I laureati (1995), ma sopravvalutato rispetto ai meriti artistici. Fotografa bene gli anni Novanta e si ricorda per la colonna sonora di Claudio Guidetto con alcuni brani che resteranno nell’immaginario collettivo: The rhythm is magic di Marie Claire D’Ubaldo (molto latineggiante), 2 the night di Ottmar Liebert e Born Slippy degli Underworld (sparito dal DVD per una questione di diritti non pagati). 


Ambientazione toscana ottima, nel Casentino - tra Poppi, Laterina, Stia, paesi e campagne aretine -, con puntata finale a Firenze, tra Santa Maria Novella, Enoteca Pinchiorri (via Ghibellina), via del Proconsolo, Piazza Poggi, Muretto del Lungarno, San Lorenzo e Santissima Annunziata. Lorena Forteza – modella colombiana bellissima – non regge la grande popolarità che la travolge, interpreta Facciamo fiesta (1997) e Colpo di stato (1998), poi sparisce di scena, per rivederla ne Il mondo meraviglioso (2005), afflitta da problemi di linea. 


Natalia Estrada, invece, è molto attiva fino al 2006 – tra televisione italiana, spagnola e cinema – poi si ritira dalle scene per dedicarsi all’equitazione. Il suo ultimo film è Olè (2006) dei Vanzina. Il gossip si occupa a lungo di lei per una storia con Paolo Berlusconi, fratello del più noto Silvio. Mario Monicelli, che presta la sua voce per il personaggio di Gino, conclude il film con un Olé quando Levante decide di andare in Spagna. Finale abbastanza scontato con Pieraccioni a Madrid intento a calcolare l’Iva sulla compravendita di tori mentre la compagna aspetta un bambino. Fotografia solare e nitida delle campagne toscane, macchina da presa che si muove con delicatezza per le strade di città e paesi. Il ciclone resta un buon film corale per il ritmo e per l’originalità delle trovate comiche.

La scena del flamenco:


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venerdì 3 aprile 2020

Totò, Peppino e la dolce vita (1961)

di Sergio Corbucci



Regia: Sergio Corbucci. Soggetto. Steno, Lucio Fulci. Sceneggiatura: Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi, Mario Guerra. Fotografia. Alvaro Mnacori. Montaggio: Renato Cinquini. Musiche. Armando Trovajoli. Scenografia: Piero Filippone. Costumi: Maria Baroni. Trucco e Parrucco: Nilo Jacoponi, Carlo Sindici. Produttori: Mario Mariani, Gianni Buffardi. Casa di Produzione: MB Film. Distribuzione. Cineriz. Durata. 87’. Genere: Commedia/Farsa. Colore: B/N. Interpreti: Totò (Barbacane il posteggiatore e il nonno), Peppino De Filippo (Peppino Barbacane, cugino), Mara Berni (Elena), Francesco Mulè (Gugo), Rosalba Neri (Magda), Antonio Pierfederici (conte Oscar), Gloria Paul (Patrizia), Peppino De Martino (ministro), Tania Berjll (Alice), Mario castellani (presidente SPA), Daniele Vargas (marchese Fortebraccio), Giancarlo Zarfati (Renato), Diana Perbellini (Luisa Giovanna), Irene Aloisi (baronessa Renata Francesca), Jacqueline Pierreux (Jacqueline), Franco Rossellini (un invitato), Jo Staiano (omosessuale), Gianfranco Piacentini (Coriolano), Gianni Baghino (ladro d’auto), Mimmo Poli (il palo), Nino Vingelli (spacciatore), Sergio Corbucci (cliente che vuole telefonare).


La dolce vita (1960) è un film epocale che scandalizza l’Italia bacchettona e moralista, ma la genialità di Fellini è tale da inventare nuove parole del gergo quotidiano che saranno inserite nel vocabolario della lingua italiana: vitelloni, paparazzi, persino bidone. Sergio Corbucci dirige nel 1961 una satira dai toni farseschi, scritta da Steno e Lucio Fulci, sceneggiata dal fratello Bruno: Totò, Peppino e la dolce vita


Totò e Peppino De Filippo sono i mattatori di una commedia che riprende luoghi e situazioni del film originale tuffandoli nell’acido corrosivo della commedia plautina. Il film doveva ammiccare al titolo originale per ricalcare il successo del capolavoro, sfruttando le costose scenografie di una via Veneto ricostruita in studio, per rendere del tutto felliniano anche il prodotto comico. Il regista avrebbe dovuto essere Camillo Mastrocinque, che diresse solo la prima scena in via Veneto, poi abbandonò per contrasti con la produzione e fu scelto al suo posto Sergio Corbucci. Pare che la sceneggiatura non fosse stata scritta per intero ma che ogni giorno si procedesse aggiungendo o togliendo battute e sequenze, ispirandosi al soggetto firmato Fulci e Steno. 


Il canovaccio base è La dolce vita, messa in parodia sin dalle prime battute quando Peppino - cugino integerrimo e moralista di Totò - fa togliere dai muri i manifesti del film di Fellini, giudicato volgare. I due cugini sarebbero a Roma per realizzare i desiderata del nonno: corrompere i politici per far spostare il tracciato autostradale dalle proprie terre. In realtà i due si dedicano soltanto ai piaceri che la capitale dispensa, tra feste private di nobili e incontri galanti, fotografati da immancabili paparazzi. Molte citazioni del film originale. Abbiamo la scena dei poveracci al night in compagnia di due belle americane e in mezzo alle ballerine, la droga scambiata per borotalco, lo champagne napoletanizzato (“Mo’ esce Antonio” invece di Moët & Chandon). Il bagno della bellezza (Rosalba Neri) non si svolge a Fontana di Trevi ma nella casa di Totò, allagata perché vive in una catapecchia malsana. 

La bellissima Gloria Paul tra Totò e Peppino

Molte battute politiche costano tagli da parte della censura e divieti ai minori, tra un politico che sembra Fanfani rincorso in chiesa per un posto di lavoro, battute sulla Democrazia Cristiana, citazioni da Marx e Mussolini, giochi di parole tra Proci e froci …. La critica contemporanea non apprezza i numerosi doppi sensi erotici, a volte un tantino volgari, così come non approva alcune sequenze con attrici troppo svestite. Sergio Corbucci compare in due rapide sequenze al bar come cliente spazientito che vorrebbe telefonare ma Peppino non glielo permette. Presenze femminili interessanti come Gloria Paul, Rosalba Neri (emula di Anita Ekberg per un bagno meno nobile) e Tania Beryll. 

Sergio Corbucci nel cammeo al Bar

Attori bravi, anche nei ruoli minori, a parte i grandissimi (e in perfetta forma) Totò e Peppino, citiamo Francesco Mulé (avvocato fedifrago) e Mario Castellani (spalla di lusso). Sergio Corbucci dirige con mano ferma, imitando lo stile felliniano, mentre la fotografia di Mancori è un nitido bianco e nero che ricorda l’originale. Musiche di Trovajoli.  Sergio Corbucci (Roma, 1927 - 1990) è un regista che lavora molto nel cinema popolare, spaziando tra i generi più in voga, come dice Giacovelli, rendendo scostumata la commedia di costume e portandovi la parolaccia a ruota libera e il riso di grana grossa.

Alcune scene del film:


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lunedì 30 marzo 2020

Dottor Jekill e gentile signora (1979)

di Steno





Regia: Steno. Soggetto: Robert Louis Stevenson (Lo strano caso del dottor Jekill e Mister Hyde), Castellano & Pipolo (idea parodistica). Sceneggiatura: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Gianni Manganelli, Steno. Fotografia: Ennio Guarnieri, Sergio Salvati. Montaggio: Raimondo Crociani. Musiche: Armando Trovajoli. Scenografia: Luciano Sapdoni. Costumi: Marisa Crimi, Elisabetta Poccioni. Genere: Commedia fantastica. Durata: 107’. Produzione: Medusa Distribuzione, Dania Film. Distribuzione: Medusa Distribuzione. Interpreti: Paolo Villaggio (Henry Jekill/Edward Hyde), Edwige Fenech (Barbara Wimply), Gianrico Tedeschi (Jeeves), Gordon Mitchell (Pretorius), Walter Wright Williams (capo della Pantac), Paolo Paoloni (direttore stabilimento), Guerrino Crivello (studente), Eolo Capritti (scagnozzo di Pretorius), Paola Arduini (Agatha Thompson), Francesco Anniballi (scagnozzo di Pretorius), Geoffrey Copleston (membro del consiglio).


Nel 1978 Steno scopre la bellezza prorompente di Edwige Fenech, che nel 1976 aveva interpretato il discusso Cattivi pensieri per la regia di Ugo Tognazzi. Alla fine degli anni Settanta la carriera della bella franco-algerina subisce una brusca sterzata: non più commedia sexy convenzionale ma vera commedia (erotica, fantastica, sofisticata, all’italiana …) firmata da autori interessanti. La Fenech si spoglia sempre meno e prende parte a produzioni che comprendono attori e registi come Steno, Pasquale Festa Campanile, Dino Risi, Alberto Sordi e Bruno Corbucci. Amori miei (1978) è il primo incontro tra Steno e la Fenech, chiamata a interpretare un ruolo sexy in una commedia d’autore che la vede recitare insieme a Monica Vitti, Johnny Dorelli ed Enrico Maria Salerno. 


Dottor Jekill e gentile signora (1979) è il secondo incontro tra Steno e la Fenech per una commedia fantastica ricca di comicità slap - stick e citazioni letterarie che vede protagonista Paolo Villaggio in una variante bipolare del personaggio fantozziano. Una vera e propria parodia del racconto di Stevenson, classica idea di Castellano e Pipolo, sceneggiata da Steno, Benvenuti, De Bernardi e Manganelli, con trasformazione al contrario - da cattivo a buono - grazie al filtro che dissocia la personalità, conservato in uno scantinato dal vero Mister  Hyde. Il film - se non fosse per poche parti erotiche - sarebbe quasi una commedia fantastica per ragazzi, salvata dalla recitazione di Villaggio e da una Fenech inedita (doppiata da Vittoria Febbi), in un duplice ruolo, non soltanto sexy. 


Marco Giusti sostiene che il film è talmente brutto da superare ogni limite del possibile, quindi è quasi un cult. Il ragionamento è singolare ma non fa una grinza se accettiamo la concezione di cult al negativo. Ricordiamo come esempio di trash le musiche di Armando Trovajoli, che firma la canzonetta Mr. Jekill & Mr. Hyde cantata da un ignoto Mr. Hyde. Il massimo del trash si raggiunge nel finale, quando il dottor Jekill diventato il buonissimo Hyde e, in collaborazione con l’angelica segretaria, diffonde il siero della bontà. Gli operai della fabbrica che produce il siero, ormai angelici, cantano: “Siamo tutti bon/ lavoriamo al progetton” e ancora “Il lavoro nobilita l’uomo”. 


Quando tutti gli uomini del mondo sono diventati angelici vediamo gli scioperi al contrario con gli operai che gridano: “Padroni … padroni … siete troppo buoni!” ed esigono settimana lunga, niente ferie e salari ridotti. Un finale pessimistico, perché i padroni - che si proteggono dagli effetti del siero - non si fanno certo spaventare da un mondo di troppo buoni. Villaggio e Fenech vengono impiegati come giornalisti televisivi dove leggono un telegiornale privo di notizie ma ricco di pubblicità alla sola multinazionale che governa il mondo. 


Non molte le parti sexy, in compenso la Fenech è in gran forma come attrice comica: cambia atteggiamento ed espressione passando da perfida segretaria ad angelica assistente. Paolo Villaggio tenta di andare a letto con lei nei panni del cattivissimo Jekill ma non ci pensa neppure quando si trasforma nel buonissimo Hyde. Gianrico Tedeschi è molto bravo nei panni di un convenzionale maggiordomo inglese, che si chiama Jeeves proprio come il protagonista di una popolare serie comica inglese scritta da P.G. Wodehouse. Gordon Mitchell  (alias Charles Allen Pendleton) è lo scagnozzo Pretorius, un ruolo che si addice alle fattezze da duro dell’attore nordamericano. Il film è girato a Londra, con grande dispendio economico e di energie, molte sequenze sono riprese sul Tamigi, vediamo Buckingham Palace e il Palazzo Reale, il Big Ben e il centro cittadino. Titolo originale: Il dottor Jekill Junior.

Una sequenza del film - la lezione agli studenti


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martedì 24 marzo 2020

Sottozero (1987)

di Gian Luigi Polidoro




Regia: Gian Luigi Polidoro. Soggetto e Sceneggiatura: Rodolfo Sonego. Fotografia. Roberto Forges Davanzati. Montaggio: Raimondo Crociani, Laura Caccianti. Scenografia. Luciano Spadoni, Renato Lori. Costumi: Luciana Marinucci, Roberta Guidi Di Bagno. Trucco: Luciano Giustini. Musiche: Umberto Smaila. Produttore: Claudio Bonivento. Casa di Produzione. Numero Uno Cinematografica, Reteitalia. Interpreti: Jerry Calà (Luigi), Angelo Infanti (Antonio), Antonella Interlenghi (Paola), Annie Papa (Athena). Durata. 93’. Genere: Drammatico.


Luigi (Calà) lavora in una fabbrica del trevigiano, vive con Paola (Interlenghi), moglie depressa, sempre sotto psicofarmaci, sogna di comprare un bar (vede l’insegna sotto casa) e cerca di trovare il modo per guadagnare i soldi che gli servono. Pensa a un finto infortunio sul lavoro, perdere un braccio gli procurerebbe una discreta somma, ma quando sente dire che cercano personale in Norvegia per lavorare su una piattaforma artica, decide di partire. Arrivato sul posto di lavoro, conosce il connazionale Antonio (Infanti) che gli rende sopportabile la permanenza, trova Athena (Papa), una donna con cui ingannare la solitudine, infine comprende diverse cose sul passato del collega che lo riguardano da vicino. 


Paola aveva stipulato una polizza (rivelatasi fasulla) con il presunto amico, pagando il contratto con l’orologio d’oro del marito (ricordo del padre), quindi era andata a letto con lui. Tutte cose che Calà, al ritorno, terrà per sé, pur facendo capire alla moglie di sapere ogni cosa, mostrando il vecchio orologio, decidendo di mettere una pietra sul passato e ricominciare insieme. Un film scritto da Rodolfo Sonego, destinato ad Alberto Sordi, girato in mezzo alle nevi perenni della Norvegia con tecnica a metà strada tra il documentaristico e il televisivo. Jerry Calà è impegnato in un’interpretazione non strettamente comica, non se la cava male, ma il soggetto sembra troppo diluito, al punto che attendiamo il finale sempre dietro l’angolo. 


La fine perfetta sarebbe dopo un grave incidente sulla piattaforma con Antonio che rischia la vita per salvare Luigi; in ospedale pare che l’amico sia morto, fino a quando (con un labiale vaffanculo) fa capire a tutti di averla scampata. Regista e sceneggiatore, purtroppo, vanno avanti imperterriti, allungano un brodo abbastanza insipido, mostrano litigi tra amici, partite a poker (con carte italiane), vincite milionarie e un ritorno a casa con la consapevolezza di un tradimento. 


Troppo lento il montaggio, anonima la fotografia - nonostante i paesaggi stupendi -, monocorde la colonna sonora, sceneggiatura in affanno, il film termina lentamente, tra sbadigli e noia. Un’ambientazione perfetta per un documentario ma i tempi sono più vicini alla necessità di comunicare informazioni che ai ritmi spettacolari. Nel grigiore di un’opera trascurabile, si salvano Calà e Infanti, coppia ben assortita, con qualche battuta d’altri tempi del primo (Per me vanno bene tutti: froci, lesbiche, intellettuali!) e un po’ di romanesco alla Milian/Amendola del secondo. Girato tra Pieve di Soligo (titoli di testa) e la Norvegia (Comune di Alta, contea di Finnmark). Leitmotiv del film: un orologio d’oro da tasca, che è la chiave di tutto.


Gian Luigi Polidoro (Bassano del Grappa, 1928 - Roma, 2000) - allievo di Francesco Pasinetti, diplomato al Centro Sperimentale, grande vecchio del nostro cinema e ottimo documentarista - è alla sua ultima prova d’autore. La costante della sua opera è l’analisi dei comportamenti degli italiani all’estero, cosa che affronta anche in Sottozero, come aveva già fatto ne Il diavolo (interpretato da Alberto Sordi) e ne Le svedesi, sulla differenza tra italiani e svedesi in tema di sesso. I suoi film non strettamente documentaristici (Terra di pastori, Gente della laguna, Festa delle gondole …) stigmatizzano il provincialismo della cultura italiana e approfondiscono argomenti di natura erotica. Tra i lavori di un certo interesse: Una moglie americana (1964), Sadik (episodio di Thrilling, 1965), Una moglie giapponese? (1968), Satyricon (1973), Fischia il sesso (1973), Permette signora che ami vostra figlia? (1973).


Gian Luigi Polidoro

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domenica 22 marzo 2020

Bandidos (1967)


di Massimo Dallamano

Regia: Massimo Dallamano (Max Dillman). Soggetto: Luis L. Moreno, Juan C. Sainz. Sceneggiatura: Romano Migliorini, Giambattista Musetto. Fotografia: Emilio Foriscot. Montaggio: Gianmaria Messeri. Scenografia. Jaime Perez Cubero. Costumi: Carlo Gentili. Trucco: Dante Trani. Produttore Solly V. Bianco. Case di Produzione: Epic Film, Hesperia Films.  Genere: Western. Durata: 91’. Interpreti: Enrico Maria Salerno (Richard Martin), Terry Jenkins (Ricky Shot), Venantino Venantini (Billy Kane), Maria Martin (Betty Starr), Marco Guglielmi (Kramer), Cris Huerta (Vigonza).

Massimo Dallamano (Milano, 1917 - Roma, 1976), frequenta il Centro Sperimentale, debutta come operatore di documentari e direttore della fotografia. Per oltre vent’anni direttore della fotografia, attività nella quale eccelle, dal bianco e nero al colore, senza soluzione di continuità. Passa alla regia a cinquant’anni, dopo aver collaborato ai western di Sergio Leone, nel 1967, con lo pseudonimo di Max Dillman, debuttando con Bandidos. Tra i suoi lavori migliori, tutti nel cinema di genere, ricordiamo l’erotico Le malizie di Venere (1969) con Laura Antonelli, il thriller Cosa avete fatto a Solange? (1972), il sexy Innocenza e turbamento (1974) e il poliziottesco La polizia chiede aiuto (1974). Molto interessanti due pellicole ricche di suggestioni horror come Il Dio chiamato Dorian (1970) e Il medaglione insanguinato - Perché? (1975).

Ci siamo occupati spesso di Massimo Dallamano, nei libri sul cinema horror italiano e nei volumi dedicati alla commedia sexy, ma non avevamo avuto modo di apprezzare Bandidos, il debutto assoluto. Grazie a Cine 34 abbiamo visto questo western violento e crudo (vietato ai minori!), interpretato dal grande Enrico Maria Salerno e da due buoni comprimari come Venantino Venantini e lo sconosciuto americano Terry Jenkins. Un revenge movie - come ben lo definisce Matteo Macini nel fondamentale Spaghetti Western (volume 2) - puro cinema della vendetta in salsa western, ricco di originali soluzioni di regia. Il film, girato in Spagna, prodotto dall’egiziano Solly V. Bianco, scritto da Luis L. Moreno e Juan C. Sainz, narra la voglia di rivalsa di un vecchio pistolero (Salerno) nei confronti di un ex allievo (Venantini) che gli ha distrutto le mani con due colpi di pistola. 

Il vecchio crede di aver trovato in un ragazzo evaso di galera (Jenkins) la persona adatta per compiere la vendetta, per questo motivo lo prende con sé e lo allena nel tiro al bersaglio. La vendetta sarà compiuta, alla fine del film, non come il vecchio avrebbe voluto, perché lui stesso non ne uscirà vivo. Soggetto iberico, sceneggiatura tutta italiana (Romano Migliorini e Giovanbattista Musetto), abbastanza prevedibile, anche se un ispirato Dallamano rende godibile il film grazie a carrelli, panoramiche, soggettive e piani sequenza d’autore. Il vecchio west è descritto come faceva Sergio Leone, tra polvere e vento, sporcizia e cani randagi, assalti al treno e risse da saloon in mezzo a procaci ballerine. 

Molto realistico, anche se i personaggi sono appena tratteggiati (soprattutto il ragazzo e il cattivo), il solo carattere approfondito è quello del vecchio, reso magistralmente da Salerno. Scene piuttosto crude con inquadrature in primo piano degli omicidi, molto sangue che per anni ne ha decretato l’impossibilità di trasmetterlo in televisione, adesso aggirata con qualche rapido taglio. 

Tra le cose migliori: l’assalto al treno con la truce carrellata dei morti, l’uccisione di un bandito nel saloon sotto il quadro di Sardanapalo, il buco nel cappello di un pistolero con la mdp che riprende da una singolare ottica visiva e le originali sequenze del duello finale. Un film ricco di suspense e di tensione narrativa, da vedere non solo per interessi storici ma anche perché invecchiato molto bene. Ottimo debutto alla regia di un nostro grande artigiano.

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mercoledì 11 marzo 2020

Nude sì ma sotto la doccia



Giulio Berruti
Nude sì ma sotto la doccia
La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano
Il Foglio Letterario - La Cineteca di Caino
Pag. 305 - Euro 15

Tra i tanti libri di cinema ne consiglio uno scritto da Giulio Berruti - autore de L’albero verde, collaboratore di Corrado Farina per Hanno cambiato faccia e valido documentarista - che scandaglia il mondo della censura nel cinema italiano, compiendo una vera e propria analisi sociologica. Berruti parla di cinema, cita titoli come Vedo nudo, Signore e signori buonanotte, Tre passi nel delirio, La dolce vita, La grande abbuffata, Rogopag, La classe operaia va in Paradiso, La moglie più bella, Zabriskie point … Nel suo racconto parla di dive che hanno avuto vita difficile grazie a solerti censori, attrici come Sylva Koscina, Stefania Sandrelli, persino Gigliola Cinquetti giovanissima cantante e Ornella Muti moglie troppo giovane. Registi contrastati dal potere e dalla censura serva dello stesso potere, gente come Visconti e Pasolini - emarginati pure per motivi di scelta sessuale - ma anche Antonioni e Fellini (La dolce vita fu definita da Scalfaro sul quotidiano cattolico L’Avvenire come La sconcia vita!). Berruti fa capire l’evoluzione del comune sentimento del pudore nel corso degli anni, spiegando come una norma inserita nel codice penale fascista abbia continuato a essere applicata per sequestrare e modificare pellicole pericolose. Se in un film si ironizzava troppo sulle forze dell’ordine tutto veniva ricondotto alla presunta normalità, quando c’erano esposizioni di epidermide eccessive si limitavano, venivano imposti tagli e sforbiciate di sequenze erotiche, spesso soprattutto per le implicazioni religiose e politiche che certe sequenze incriminate comportavano. Un saggio interessante e documentato, con molte foto d’epoca in bianco e nero, che racconta la crescita della società italiana del dopoguerra attraverso il cinema, dal primo neorealismo e i film con Totò (il principe ebbe problemi di censura politica con la sua Carolina) ai grandi autori degli anni Sessanta impegnati politicamente come Fellini, Pasolini e Visconti. Un lungo viaggio muniti di forbici per conoscere tutti i fotogrammi censurati dal cinema italiano, le immagini e le frasi che non potremo più apprezzare. Scritto come un romanzo.

Il mio cinema è su Futuro Europa: