venerdì 14 aprile 2017

Una vampata d’amore (1953)


di Ingmar Bergman

Regia: Ingmar Bergman.Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist, Hilding Bladh. Montaggio: Carl - Olov Skeppstedt. Musiche: Karl-Birger Blomdahl. suono: Olle Jacobsson. Costumista: Mago. Direttore di Scena: Crals Ove Carlberg.  Produttore. Rune Waldekranz. Produzione: Sandrewproduktion. Distribuzione: Sandrew Bauman Film. Distribuzione Italiana: Globe Film International. Origine: Svezia (1953). Durata. 92’. Fotografia. b/n. Titolo originale: Gycklarnas afton (La serata dei buffoni). Distribuito in Italia: 1959. Riedizione Televisiva: 1975. Interpreti: Čke Grönenberg (Albert), Harriet Andersson (Anne), Hasse Ekman (Frans), Anders Ek (Teodor), Gudrun Brost (Alma), Annika Tretow (Agda), Erik Strandmark (Jens), Gunnar Björnstrand (Sjuberg), Curt Löwgren (Blom), Čke Fridell (ufficiale), Kiki (il nano), Majken Torkeli (signora Ekberg), Vanjek Hedberg (suo figlio), Curt Löwgren (Blom), Conrad Gyllenhammar (Fager), Mona Sylwan (signora Fager), Hanny Schedin (zia Asta), Michael Fant (Anton), Naemi Briese (signora Meijer), Lissi Alandh, Karl-Axel Forssberg. Olav Riégo, John Starck, Erna Groth, Agda Helin, july Bernby, Göran Lundquist, Mats Hĉdell.

Una vampata d’amore - meglio sarebbe stato lasciare il titolo originale La serata dei buffoni - non è tra i film più noti e celebrati di Ingmar Bergman, contemporaneo a un capolavoro come Monica e il desiderio resta un po’ in ombra, ma la critica francese lo giudica una delle opere nere più riuscite del Maestro svedese. Bene hanno fatto la Ripley’s Film e Viggo srl a riportare sul mercato il DVD di un’opera che in Italia non si apprezzava dalla edizione televisiva del 1975, successiva a quella cinematografica del 1959, visto che da noi Bergman è arrivato con sei anni di ritardo rispetto alla patria di origine. Un DVD realizzato da un master HD CAM in versione originale, fornito dal distributore internazionale NON STOP SALES AB, prezioso e  imperdibile per un collezionista delle opere del regista svedese. La colonna italiana, non essendo più reperibile il negativo colonna, è stata masterizzata e sottoposta a pulizia digitale, a partire da un positivo di 35mm d’epoca stampato dalla Globe Film International per la prima distribuzione italiana del 1959. Non ci sono Extra, questo è il solo limite di un’importante operazione culturale.
Bergman scrive, sceneggia e dirige la storia di Albert (Grönenberg), il direttore di un circo, stanco di tutto, persino del suo lavoro, separato dalla moglie - che rimpiange non per amore ma per la vita borghese - con una giovane amante (Andersson) che a un certo punto lo tradisce con un perfido attore di teatro. Bergman descrive da grande artista il rapporto logoro tra i due amanti, vissuto tra consuetudini e frasi fatte, gelosie e tradimenti, parole non dette e sogni di fuga. Il finale è molto triste, con Albert deriso e malmenato, dopo aver cercato di vendicarsi del rivale, non riesce neppure a suicidarsi e finisce per uccidere l’orso del circo. Tragedia ridicola, se si vuole, perché tutto torna al punto di partenza: il circo riprende il suo girovagare, Albert torna con la sua amante e la vita prosegue tra delusioni, rimpianti e inutili sogni di cambiamento. In fondo, nel breve volgere di una notte, l’uomo e la donna si sono traditi reciprocamene, perché il primo sarebbe tornato a vivere con la moglie, se soltanto lei lo avesse accettato. L’amante, invece, si è lasciata sedurre da uno squallido teatrante che l’ha ricompensata con un gioiello falso ed è andato al circo per deriderla. Bene ha fatto la critica francese a definire il film un’opera nera che mette in scena un’umanità dolente, incapace di cambiare la propria vita, una storia d’amore non convenzionale, dal contenuto introspettivo che anticipa i futuri capolavori. Un film ricco di immagini cruente, fotografia gelida in bianco e nero, soluzioni di regia originali (figure riprese negli specchi, in controluce), poetici piani sequenza e panoramiche di scogliere, prati e montagne che si specchiano nel mare. Romanticismo espressionista che non presta il fianco a sentimentalismi di sorta e a immagini consolatorie, ma sempre crudo e realistico, persino cinico e sadico. Attori straordinari, impostati secondo le regole del teatro, così come il cinema di Bergman resta sempre molto teatrale, anche se la fotografia di Sven Nykvist conferisce un respiro ampio e grande intensità agli esterni.
Bergman afferma nel libro autobiografico Immagini (Garzanti, 1992): “Il film è un tumulto, ma un tumulto ben organizzato. Lo scrissi in un piccolo hotel nei pressi di piazza Mosebacke, la camera era stretta, con una vista di chilometri sulla città e sulla rada. Dall’hotel si scendeva al teatro attraverso una scala a chiocciola segreta. La sera si udiva la musica che veniva dal palcoscenico della rivista. Di notte, nella sala da pranzo dell’hotel, gli attori e i loro bizzarri ospiti facevano festa. In quell’ambiente, in meno di tre settimane, nacque Una vampata d’amore, scritto di getto, dal principio alla fine, guidato dai demoni della gelosia. Qualche anno prima ero stato sconsideratamente innamorato. Con il pretesto dell’interesse professionale spinsi la mia amata a raccontarmi nei dettagli le sue sfaccettate esperienze erotiche. La specifica eccitazione della gelosia retrospettiva mi logorò, graffiandomi nelle viscere e nel sesso”.
Possiamo dire che il film è una combinazione continua di erotismo e di umiliazioni, che parte dall’episodio di Frost e Alma - narrato in un breve flashback - per poi approfondire il sentimento sviscerando la stanca relazione tra Albert e Anne. Una vampata d’amore non fu accolto bene dalla critica, addirittura un critico svedese scrisse di rifiutarsi di valutare ocularmente l’opera del signor Bergman. Il tempo ha dato ragione al grande regista, perché il film è invecchiato benissimo e resiste con la forza del capolavoro al passare del tempo.

lunedì 6 marzo 2017

Porcile (1968)

di Pier Paolo Pasolini 






Porcile è un film ancora più scomodo di Teorema - sempre sotto sequestro quando cominciano le riprese del nuovo lavoro - perché non si limita a un attacco antiborghese che proviene da un elemento esterno, ma descrive l'implosione della borghesia, la deflagrazione messa in atto dai suoi stessi membri, dai suoi figli ribelli e trasgressivi. Un film girato in economia, in poco più di un mese, ma forse il lavoro più lucido ed emblematico di tutta l’opera pasoliniana. Tratto da una tragedia in versi dello stesso autore, si compone di due episodi apparentemente diversi tra loro, ma uniti da una stessa valenza metaforica. Il primo episodio non fa parte dell'opera teatrale, viene girato nella Valle dell'Etna, ed è la storia di un cannibale (Clementi) che prima uccide il padre poi si spinge a vagare nel deserto, dove continua a mietere vittime, fa proseliti e si ciba di carne umana. Di fronte al patibolo non si pente. Tutt’altro: “Ho ucciso mio padre, mangiato carne umana, ma tremo di gioia”. Il secondo episodio racconta la storia di una famiglia borghese tedesca, il padre (Lionello) è un ricco imprenditore che si alleano con un altro capitalista (Tognazzi), ex criminale nazista, che conosce l'orribile e inconfessabile segreto del figlio: il suo unico amore sono i maiali.


Puro cinema di poesia, come dice Pasolini, pellicola dove ogni gesto è metafora, allegoria pura, ciò che conta non è la storia ma il significato e il significante. Un lavoro a tema, intellettualmente complesso, filosofico quanto grottesco, soffuso di straordinaria bellezza lirica, come nella sequenza del monologo di Julian (il figlio del borghese interpretato da Léaud), che parla del suo amore proibito senza citarlo. Il significato di Porcile sta tutto nella trasgressione, nella dimostrazione dell'assunto che i santi e i diversi, i non ortodossi, i disubbidienti, non fanno la storia, ma la subiscono, agiscono per sé, nella loro diversità, fino a morire vittime del loro non essere conformi, mai in linea con la massa. Sia il cannibale che il ragazzo muoiono sbranati ma in fondo felici nella loro lucida follia, perché hanno raggiunto quello che volevano: l'autodistruzione, unica via possibile in una società che ammette solo uniformità, devozione e obbedienza.


Viene da pensare, oggi, che Pasolini parlasse di se stesso, in questo apologo pervaso da un pessimismo cosmico e da una totale impossibilità di redenzione. Porcile è un film visionario che usa strumenti tipici della cinematografia di genere per esibire l'orrore, dimostrando che trasgredire non basta, non è sufficiente uccidere il padre - come Edipo - e ribellarsi, se la ribellione individuale non serve agli altri, non coinvolge la massa, se resta un atto di puro narcisismo.  Grandi interpreti per un film che tradisce la sua origine e vocazione teatrale, tra tutti Lionello e Tognazzi, nei panni di due laidi borghesi, soprattutto il secondo che resta impresso nell’immaginario grazie a un’inquietante sequenza finale.  Ferreri presta il suo volto a un’interpretazione abbastanza insolita nei anni di un amico di famiglia dell’imprenditore. Davoli è la purezza, il candore, l’ingenuità da ragazzino che porta un soffio di bontà e disperanza in un panorama gretto e arido.


Porcile esce con il consueto divieto ai minori riservato per i film di Pasolini,  viene distrutto dalla critica di destra ma anche da quella sinistra perbenista che non ha mai capito il nostro più grande intellettuale del Novecento. Pasolini si vendica organizzando una prima del film alternativa alla Mostra di Venezia, mostrandolo a pochi intimi, a Grado, dove sta girando Medea. Porcile è un film maturo e consapevole anche da un punto di vista tecnico, dotato di una fotografia originale, parti riprese con la macchina a mano, campi e controcampi teatrali, direzione degli attori discreta e senza intromissioni, montaggio parallelo delle due vicende, uso del silenzio (il primo episodio è quasi del tutto muto) in funzione poetica, paesaggi e campi lunghi superbi. Un film da rivedere, da studiare con attenzione per capire che esiste – ma non è dei nostri tempi - il buon cinema di progetto.

 


Regia: Pier Paolo Pasolini. Soggetto e Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini. Fotografia: Armando Nannuzzi (primo ep.), Tonino Delli Colli, Giuseppe Ruzzolini (secondo ep.). Costumi: Danilo Donati. Musica: Benedetto Ghiglia. Montaggio: Nino Baragli. Aiuti Regista: Sergio Citti, Fabio Garriba. Assistente ala regia. Sergio Elia. Produzione primo ep.: Giani Barcelloni Corte, BBG cin. srl. Produzione secodno ep.: Gian Vittorio Baldi, IDI Cinematografica (Roma), I Film dell'Orso, CAPAC Filmédis (Paris). Pellicola: Kodak. Colore: Eastmancolor. Esterni primo ep.: Valle dell'Etna (Catania), Roma. Secondo ep.: Verona, Stra, Villa Pisani. Durata: 98'. Prima ufficiale: Festival di Venezia, 30 agosto 1969.  Intrerpreti: Primo episodio - Pierre Clementi, Franco Citti, Luigi Barbini, Ninetto Davoli, Sergio Elia. Secondo episodio - Jean-Pierre Léaud, Alberto Lionello, Margherita Lozano (doppiata da Laura Betti), Anne Wiazemsky, Ugo Tognazzi, Marco Ferreri (doppiato da Mario Missiroli).


 
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mercoledì 1 marzo 2017

Ciak, si spara



Nico Parente è un saggista cinematografico che conosco molto bene per aver pubblicato - con Il Foglio Letterario - L’esorcista e Mare blu morte bianca, due opere agili e informative, la prima sul famoso film di William Friedkin, la seconda sul fenomeno del cinema degli squali, apocrifi italiani compresi. Non solo. Parente è stato indispensabile anche per completare la corposa Storia del Cinema Horror Italiano in cinque volumi, perché il suo contributo alla parte sui giovani cineasti italiani (quinto volume) è fondamentale. Adesso lo scopro alla corte di Nicola Pesce, giovane e valente editore che fa cose egregie nel campo del fumetto (Jacovitti, Battaglia, Matteucci e chi più ne ha più ne metta) ma che non conoscevo come cultore di cinema. La prefazione è niente meno che del mio amico perduto Fabio Giovannini - perduto nel senso proustiano del termine, sono anni che non lo vedo e che non lo sento - vero esperto del cinema italiano (e non solo!), un autore dal quale tutti noi piccoli autori abbiamo imparato qualcosa. Il libro parte in quarta con la materia viva, da Romanzo criminale a Gomorra e Suburra, analizzando – come dice il sottotitolo - il crimine italiano sul grande e piccolo schermo. Vi confesso di non nutrire alcuna passione per Gomorra (il pessimo non romanzo di Saviano o la serie televisiva di Garrone non fa differenza), ancor meno per il pasticciato Suburra, ma di amare visceralmente il cinema di Caligari e il suo canto del cigno Non essere cattivo. Purtroppo Parente non ne parla, ma mi consolo con la Uno Bianca di Michele Soavi, passato in TV ai tempi dei veri sceneggiati, di cui sono stato un fan sfegatato. In ogni caso Parente ci conferma che i generi - come ai tempi del noir alla di Leo e del poliziottesco - siano cinematografici, politici o letterari, possono aiutare a riflettere sulla politica, sulla realtà, sulle condizioni sociali di un’epoca. E anche se in merito a Gomorra chi scrive ha un pensiero diametralmente opposto a quello di Parente, ritengo utile una pubblicazione che affronta temi e problemi messi in evidenza da Uno Bianca, Romanzo Criminale (film e serie), Gomorra (idem), Vallanzasca, Faccia d’angelo e Suburra. Edizione spartana, con il merito di un costo abbordabile, a imitazione Newton & Compton (mica c’è niente di male), molte foto in bianco e nero, un’intervista finale a Stefano Sollima. Un libro commerciale, visti i tempi, ma corretto. (Gordiano Lupi)


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giovedì 9 febbraio 2017

Anton Giulio Majano, lo sceneggiato RAI



Mario Gerosa
Anton Giulio Majano – Il regista dei due mondi
Falsopiano – Pag. 300 – Euro 20

Sono molti i personaggi del mondo cinematografico e televisivo che ancora attendono una rivisitazione storico - critica, ma uno davvero importante e dimenticato era Anton Giulio Majano, autore colto e brillante che tanto ha contribuito a diffondere l’uso della televisione nelle nostre case e che ha fatto conoscere - più di tanti polverosi accademici - la letteratura al nostro popolo. Bene ha fatto Mario Gerosa - che conosciamo per aver letto e apprezzato i forbiti saggi su Terence Young, Roger Vadim, James Bond, Ernest B. Schoedsack -, a riportare l’attenzione sul re degli sceneggiati, un uomo che dai contemporanei veniva disprezzato e definito in maniera irridente come autore delle solite majanate. Per fortuna certi critici dallo sguardo miope sono morti dimenticati, mentre l’autore delle majanate - che hanno contribuito ad alfabetizzare l’Italia - oggi viene celebrato come autore meritevole di essere studiato e  analizzato con attenzione certosina. Ecco, il libro di Gerosa, se mai qualcuno pensasse di organizzare un seminario su Majano o un corso di specializzazione sullo sceneggiato in Italia all’interno di una scuola di cinema, sarebbe un testo perfetto.  Perché c’è proprio tutto. Il cinema vede Majano regista di un pugno di pellicole, tra queste spicca la mia preferita Seddok (l’erede di Satana) del 1960, di cui ho parlato nella Storia del cinema horror italiano, volume uno. La televisione è il mezzo per eccellenza con cui si esprime Majano, dal 1954 al 1986, regalandoci opere indimenticabili come Piccole donne, Capitan Fracassa, L’isola del tesoro, Delitto e castigo, La cittadella, Il tenente Sheridan (riprendendo la serie ufficiale di Mario Landi - un altro grande! - per il primo spin-off a tema donne), Davide Copperfield, La fiera delle vanità, La freccia nera (il lancio di Loretta Goggi!), … E le stelle stanno a guardare, Marco Visconti, Castigo, fino al canto del cigno con l’onirico Strada senza uscita. Se la televisione ha fatto cultura lo dobbiamo anche a lui, in tempi cupi come i nostri che tanto fanno sentire la mancanza di simili intelligenze - forse ci è rimasto soltanto Pupi Avati - capaci di usare parole che sembrano antitetiche (ma non lo sono!) come genere e cultura, popolare e letterario. Majano ha lavorato con grandi attori come Alberto Lupo (il medico della Cittadella), Orso Maria Guerrini, Anna Maria Guarnieri, Eleonora Giorgi, Mario Maranzana, Lea Padovani, Grazia Maria Spina, Ubaldo Lay, Giuliana Loyodice, Mita Medici, Roberto Chevalier, Marcello Giannini, Ilaria Occhini, Giuseppe Pambieri …  l’elenco sarebbe interminabile. Collaboratori fidati come Riz Ortolani e Sandro Tuminelli, sceneggiature rigorose e rispettose dell’apparato letterario, hanno contribuito a fare cultura nelle case di un’Italia da ricostruire. Non è azzardato affermare che molti italiani conoscono Dostoevskij, Dickens, Stevenson e Cronin (per tacer degli altri) soltanto grazie ai suoi sceneggiati. Non è mica poco. Il solo difetto del libro di Gerosa è il prezzo - ma non è colpa dell’autore - perché 20 euro per trecento pagine stampate su carta bianca uso mano e copertina flessibile senza risvolti è troppo. La colpa è di un’Italia che legge poco e gli editori commerciali devono pur difendersi con basse tirature e alti prezzi, se vogliono sopravvivere.


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mercoledì 25 gennaio 2017

Regalo di Natale (1986)

di Pupi Avati 




Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Pupi Avati. Produttore: Antonio Avati. Fotografia: Pasquale Rachini. Montaggio: Amedeo Salfa. Collaboratori al Montaggio: Luciano Nusca, Roberto Gianadrea, Maria Gianandrea. Musiche: Riz Ortolani. Scenografia: Giuseppe Pirrotta, Mauro Venturini, Rita Celletti. Costumi: Maria Teresa Venturini, Raffaele Curi. Trucco: Alfonso Cioffi. Suono in Presa Diretta: Raffaele De Luca. Assistente alla Regia: Piermaria Benfatti, Salvatore Marcarelli. Casa di Produzione: Duea Film, DMW Distribuzione, Rai Uno. Distribuzione: Sacis. Durata: 101’. Genere: Drammatico. Interpreti: Carlo Delle Piane (Avvocato Santelia), Diego Abatantuono, Gianni Cavina (Ugo), Alessandro Haber (Lele), George Eastman (Luigi Montefiori) (Stefano), Kristina Sevieri (Martina), Gianna Piaz (Adriana), Ferdinando Orlandi. Premi: Coppa Volpi a Carlo Delle Piane quale Miglior Attore alla XLIII Mostra Cinematografica di Venezia. David di Donatello: Miglior Canzone Originale (Regalo di Natale, di Riz Ortolani), Miglior Suono (Raffaele De Luca). Nastro D’Argento Miglior Attore Non Protagonista (Diego Abatantuono).

Una trama semplice per un progetto a basso budget, dopo il parziale flop di pubblico - ma non di critica - con Noi tre e Impiegati, Avati si trova a dover fare i conti con l’esigenza di scrivere una piccola storia, girata in interni e interpretata da cinque attori. Un successo, anche perché il cast viene scelto con cura e gli interpreti sono perfetti per i ruoli, soprattutto Delle Piane e Abatantuono, premiati con riconoscimenti prestigiosi. In breve la trama. Quattro amici - Lele (Haber), Ugo (Cavina), Stefano (Eastman) e Franco (Abatantuono) - si ritrovano la notte di Natale per giocare una partita a poker insieme a un misterioso avvocato (Delle Piane) di Milano, noto nell’ambiente per essere uno che perde. Ugo ha contattato l’avvocato e subito dopo ha convinto il vecchio amico Franco a giocare, perché soltanto lui è ricco e può controbattere il gioco al rilancio del ricco avvocato. Il rapporto tra Franco e Ugo è uno dei temi centrali del film, perché tra i due l’amicizia non esiste più da quando il secondo ha tradito la fiducia del primo portandosi a letto la donna della sua vita.

Franco si convince a giocare solo perché potrebbe vincere facilmente e con quei soldi riuscirebbe ad avviare la ristrutturazione del cinema di cui è proprietario. Il film procede con immagini della partita, brevi pause per mangiare, dialoghi e intensi flashback che narrano la storia tra Ugo, Franco e Martina (Sevieri), causa della fine di un’amicizia. La partita comincia bene per Franco, poi l’avvocato si riprende e quello che sembrava uno sconfitto predestinato vince alla grande, offrendo pure la possibilità a Franco di andarsene e di lasciare il tavolo senza perdite. Franco non accetta e perde tutto, ma alla fine capisce che ha giocato contro un professionista e che Ugo gli ha giocato un altro brutto scherzo, spartendosi la vincita con l’avvocato.


Personaggi ben caratterizzati e storia sceneggiata a dovere, sono i punti di forza di un film che ha avuto anche un sequel meno riuscito nel 2004, interpretato dagli stessi attori: La rivincita di Natale. Ottimo montaggio di sequenze tra partita e flashback, con la visione di Martina, la donna che ha provocato la lite con Ugo e di cui Franco è ancora innamorato che apre e chiude la storia. Nelle prime sequenze è l’avvocato a osservarla, tentando un approccio impacciato dopo che lei ha salutato il marito e attende l’amante. A metà della storia incontra Lele, forse pure lui segretamente innamorato di lei, infine sarà Franco - reduce dalla sconfitta - a non vederla, anche se entrando in camera con l’amante lo sfiora nel corridoio dell’albergo. Martina è presente nei brevi flashback che narrano amore e tradimento, ben fotografati da Rachini in una luce soffusa, che tende al bianco, per sottolineare il ricordo. I quattro amici sono personaggi  a tutto tondo, non macchiette caricaturali, ma esseri umani veri pieni di difetti, ai quali lo spettatore si affeziona.

Lele è il giornalista imbranato che nessuno considera, con velleità da scrittore, innamorato di John Ford al punto che ha scritto un libro su di lui. Ugo è un fallito che vive facendo televendite in una televisione locale, separato dalla moglie che ha lasciato con un sacco di figli e che non vuol vedere neppure per Natale. Franco è un imprenditore di cinema ma in realtà ha un sacco di debiti e il vizio del gioco, oltre ad aver sposato una donna che non ama, visto che pensa ancora al primo amore. Stefano è il proprietario di una palestra frequentata da gay, pure lui in odore di omosessualità, forse il personaggio meno approfondito. L’avvocato Santelia è il mistero fatto persona, ha avuto due mogli, vive con il vecchio padre, ama le belle donne e sembra un giocatore sprovveduto, ma è tutta finzione, in realtà è un professionista del poker. Avati sceglie subito come interpreti Delle Piane e Cavina, Haber invece si propone da solo ma convince il regista dopo un colloquio che assume toni eccessivi, perfetto per il ruolo che avrebbe dovuto interpretare.

Montefiori viene preso in sostituzione dell’attore Jean-Pierre Léaud che appena arrivato a Roma si mette nei guai con la giustizia ed è costretto a rinunciare alla parte. Abatantuono è una seconda scelta, perché Avati in un primo tempo pensa a Lino Banfi, che rifiuta per fare I pompieri con Neri Perenti. Per l’attore milanese comincia una seconda vita artistica ed è l’inizio di una serie di interpretazioni drammatiche, guidato da registi del calibro di Comencini, Bertolucci, Salvatores, oltre allo stesso Avati che lo inserisce nella sua factory e lo vuole con sé per altre operazioni interessanti. Il merito di aver fatto risorgere un Abatantuono in crisi, affrancandolo dal cliché del terrunciello è di Avati, visto che i suoi ultimi film risalivano a quattro anni prima ed erano Attila flagello di Dio e Il ras del quartiere.

Regalo di Natale è un film molto teatrale, tutto girato in interni, con intensi primi piani sui volti e le espressioni dei giocatori, giocato sui rapporti tra gli amici e il ricordo del passato. “I protagonisti sono i ragazzi di Jazz Band che invecchiando hanno perduto le illusioni e si trovano a tirare avanti in una vita troppo diversa da quella che si attendevano”, ha detto Avati. Il poker diventa metafora della vita e la partita serve per raccontare il passato e i ricordi perduti, soprattutto un grande amore finito nel nulla e un’amicizia svanita. Colonna sonora di Riz Ortolani suadente e drammatica, perfetta per creare tensione e per scandire i momenti della partita, così come assume toni romantici nei frequenti flashback. La canzone inedita della sigla viene premiata con il Nastro d’Argento.



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martedì 17 gennaio 2017

Bordella (1976)

di Pupi Avati



Soggetto: Antonio Avati, Gianni Cavina, Pupi Avati. Sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Gianni Cavina, Maurizio Costanzo. Fotografia: Enrico Menczer (Technospes, Cosmovision, Ece). montaggio: Amedeo Salfa. Supervisione al Montaggio: Ruggero Mastroianni. Costumi: Maria Baroni. Trucco: Giovanni Amadei. Maestro d’Armi: Enzo Musumeci Greco. Coreografie: Tito Leduc. Scenografia: Guido Josia. Aiuto Regista: Riccardo Tognazzi, Guido Girolami. Operatore alla Macchina: Roberto Brega, Rosario Maria Montesanti.Fonico: Mario Dallimonti. Fotografo di Scena: Francesco Bellomo. Effetti Speciali: Giovanni Corridori. Sincronizzazione: Fono Roma srl, CVD. Mixage: Venanzio Braschi. Musiche: Amedeo Tommasi (Eurofilmusic Edizioni Musicali srl). Canzoni: I’m free, The morning of my life, American love company di A. Tommasi e M. Gore;  Manhattan di Rogers e Hart; Comme facette mammeta di G. Cataldo e S. Sgambardella. Produttore: Gianni Minervini, Antonio Avati. Casa di Produzione: Euro International Films. Genere: Commedia grottesca, Musical. Durata: 100’. Dedicato ad Al Lettieri. Interpreti: Al Lettieri, Christian De Sica, Gianni Cavina, Luigi Proietti, Taryn Power, Vladek Sheybal, Luigi Montefiori, Maurizio Bonuglia, Rosemarie Lindt, Greta Vaillant, Giselda Castrini, Alida Cappellini, Marcello Casco, Paolo Graldi, Ferdinando Orlandi, Pietro Brambilla, Valentino Macchi, Maria Rosa La Fauci, Tiziana Redini, Enea Ferrario, Michele Mirabella, Francesco D’Adda, Cesare Bastelli, Diana Salvador, Elvira Cortese, Vincent Gardenia, Gianfranco Principi, Maria Teresa Piaggio, Rosamaria Calogero, Giancarlo Muratori, Vittorio Moroni, Cesare Di Vito, Luciano Crovato, Giuseppe Terranova, Anna Recchimuzzi, Jho Jhenkins, Elisa Mainardi.


Bordella è un film curioso, grottesco, surreale, del tutto non classificabile ricorrendo alle ordinarie categorie della critica cinematografica. Musical geniale condito di trovate assurde che fungono da tormentone (la cassa da morto che deve scendere le scale di un condominio, il bancario ladro…) e con un sua morale anticonsumistica e in fondo anche un po’ antiamericana. Si parte con un finto telegiornale che mostra vere immagini di Kissinger - e in seguito pure Nixon - doppiati con una voce fuori campo che presenta il progetto di spacciare felicità. Gli USA decidono che è il momento di impostare un affare economico globale basato su droga, sesso e tutto quello che - lecito o illecito - possa procurare felicità e guadagno. Un italo americano, Eddie Mordace (Al Lettieri) viene incaricato dal governo statunitense di aprire una succursale milanese della American Love Company, una casa di tolleranza per donne insoddisfatte, un bordello al femminile, in pratica. Mordace recluta un cameriere gay, un gigantesco playboy (Montefiori), un pugile impotente (Cavina), un nobile (De Sica) e un maniaco sessuale (Proietti) per impostare il lavoro e soddisfare la ricca clientela.


Ne viene fuori un film ricco di gag e trovate fumettistiche, ai limiti del grottesco, persino eccessive, tra flashback assurdi e intere parti coreografico - musicali che fanno pensare a un musical. Avati inserisce nel film tutto il suo amore per il cinema e per la musica, tra brani jazz, note americane anni Cinquanta e brani classici italiani ben mixati da Amedeo Tommasi. Tra i flashback memorabile quello con protagonista Cavina nei panni del pugile suonato che viene truccato da spagnolo e da africano ma finisce sempre per buscarle di santa ragione. Interpreti azzeccati anche negli altri ruoli, sia Montefiori come amante instancabile, che Proietti come assatanato stupratore di donne, persino un giovanissimo De Sica, lezioso maestro di buone maniere aristocratiche.


Per le parti da musical Proietti e De Sica sono perfetti, mostrano tutta la loro bravura ancora in nuce ma che con il tempo riusciranno a sviluppare. La trama procede tra finte paralitiche che si trasformano in ninfomani, comici duelli all’arma bianca, citazioni esplicite de L’uomo invisibile, coreografie fantastiche di Tito Leduc (lo vediamo in un piccolo ruolo), suicidi mancati per colpa di profilattici troppo resistenti, intermezzi erotici da Carosello, una mormone che contesta il sesso, festini americani con premiazione finale degli erotici eroi. Straordinario il finale con Mr. Chips, l’imprenditore americano (Gardenia), che chiede al misterioso uomo fasciato da capo a piedi: “Ma lei chi cazzo è?. Risposta: “Io? L’uomo invisibile!”. Avati ci mette un pizzico di fantastico, fa sciogliere le bende e mostra l’uomo invisibile che scompare all’orizzonte.


Bordella ebbe problemi con la censura, ma a nostro parere fu sequestrato non tanto per oltraggio al pudore quanto per il pericoloso messaggio anticonsumistico e antiamericano che stava alla base della pellicola. Girato tra New York e Milano, una produzione economicamente costosa che non recupera le spese, visto lo scarso successo di pubblico. Troppo avanti rispetto ai tempi, perché rivisto oggi Bordella è un film moderno e godibile, ricco di un umorismo per niente invecchiato. Tra gli sceneggiatori ricordiamo la presenza di Maurizio Costanzo, insieme ai fratelli Avati e Gianni Cavina che - come nella Mazurka - si ritaglia un ruolo che gli calza a pennello. Bordella è dedicato ad Al Lettieri (New York, 1928 - 1975), il mitico Sollozzo de Il padrino, qui doppiato da Carlo Giuffrè nel ruolo principale, che muore per un infarto al miocardio poco prima dell’uscita della pellicola.


La critica. Marco Giusti (Stracult): “Il film più curioso di Avati. Non mantiene nella messa in scena la curiosità dell’idea iniziale, è comunque un buffo, anomalo esperimento”. Giusti sostiene che la filiale italiana dell’industria del sesso al femminile viene chiamata Bordella, ma non è vero, resta American Love Company. E in realtà la messa in scena è persino superiore all’idea iniziale, tra trovate eccessive, battute surreali, suntuose parti coreografiche e canzoni. Paolo Mereghetti (due stelle): “Surreale apologo contro il consumismo e il cinismo politico, il film offre una carrellata di caratteri eccentrici e divertenti, ma non riesce a liberarsi di un macchiettismo un po’ gratuito”. I critici veri dovrebbero spiegare a noi spettatori comuni appassionati di cinema cosa intendono per macchiettismo, perché nel film abbiamo visto solo trovate geniali.  Morando Morandini (due stelle e mezzo - tre per il pubblico): “Satira intelligente, originale e un po’ folle, diretta da un Avati che mostra ancora una volta un talento esile ma vero e, comunque, personale”. Non concordiamo sulla definizione di esile riguardo al talento, ma per il resto ci siamo. Pino Farinotti porta il giudizio a tre stelle, che condividiamo, ma lo fa senza motivare. 



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mercoledì 4 gennaio 2017

Fuoco e fumo (2017)


di Stefano Simone

Titolo: Fuoco e fumo. Origine: Italia. Anno: 2017. Durata: 86’. Genere: Noir. Produzione: Indiemovie con la collaborazione dell’ I.T.E. Toniolo di Manfredonia. Regia: Stefano Simone. Interpreti: Gianmarco Carbone, Désirée Manzella, Michele Renzullo, Antonio Rignanese, Marco Trotta, Luca Nobile, Melissa Salvemini, Enzo Misuriello, Luca Ferrandino, Giorgia Croce, Luca Ciuffreda, Matteo Perillo, Filippo Totaro, Siponta De Leo, Ciro Salvemini, Pellegrino Iannelli. Soggetto e Sceneggiatura: Matteo Simone. Consulenza alla sceneggiatura: Simone Giusti e Gordiano Lupi. Musiche: Luca Auriemma. Effetti speciali: Mariangela Spagnuolo. Fonico: Daniel Leporace. Aiuto regista: Marco Caputo.




Stefano Simone si confronta con il bullismo giovanile, tema impegnativo e di grande attualità, ma a rischio retorica per un film e difficile da ingabbiare nelle maglie di una storia che risente del suo limite di produzione scolastica. Il titolo del film è estrapolato da un aforisma di Disraeli: il coraggio è fuoco e il bullismo è fumo, senza dimenticare che è il fuoco che ci riscalda e non il suo fumo (T. Merton). L’ambientazione è pugliese, a Manfredonia, tra scuola, centro storico, lungomare e periferia degradata, ripresa con stile pasoliniano. Gli interpreti sono quasi tutti dilettanti, in gran parte studenti dell’Istituto Tecnico Toniolo, ma se la cavano bene, vista la giovane età e l’assoluta mancanza di esperienza. Alcuni ruoli adulti spiccano per una maggiore professionalità, soprattutto Filippo Totaro, nella fiction docente di matematica, che ricordiamo brillante coprotagonista de Gli scacchi della vita.


La sceneggiatura racconta un anno scolastico difficile, inaugurato da un discorso del preside e da una successivo preambolo del professore (entrambi troppo lunghi e didascalici nell’economia del film), per poi entrare nel vivo della storia. In breve la trama, senza raccontare troppi dettagli per non rovinare il piacere della visione. Un gruppo di bulli tormenta un ragazzino omosessuale e una coppia etero, tra loro molto amici, fino al prevedibile evento drammatico che fa scoppiare il caso giudiziario in ambiente scolastico. Il protagonista della storia trova il coraggio di ribellarsi ai bulli in una sequenza che anticipa un ottimo finale, non certo rassicurante ma realistico, con nuovi bulli all’orizzonte e altri pericoli dai quali difendersi. La lotta è ancora lunga…


Stefano Simone stigmatizza la violenza e il bullismo all’interno della società contemporanea, impostando un condivisibile discorso sociale, che comprende l’accettazione della diversità e la lotta per affermare valori basilari per un corretto vivere civile. Certo, sarebbe stata una scelta migliore far scaturire le considerazioni dagli eventi, dai fatti, dalle azioni. Il film, invece, opta per un racconto piano e lineare, a base di dialoghi tra ragazzi, spesso non realistici, lontani mille miglia dal vero gergo giovanile. La sceneggiatura è prevedibile, ma alcuni colpi di scena riescono a ravvivarla, così come le parti di pura azione rappresentano i momenti migliori del film: inseguimenti, pestaggi e scorribande notturne dei bulli che sfasciano negozi, tormentano prostitute e rubano in chiesa. Ottima la fotografia notturna, dal verde al giallo ocra che tanto ricorda il noir di Sollima, per passare al tono di fondo luminoso e gelido che immortala un cielo plumbeo e un mare poco rassicurante.

Bene le riprese in soggettiva, convulse e dinamiche, realizzate con la macchina a mano, rese ancora più potenti da un montaggio rapido e sincopato. Il regista avrebbe dovuto puntare di più sulle parti di pura azione, per le quali pare molto dotato, sulle sequenze da noir metropolitano, riducendo al minimo i dialoghi tra adolescenti e gli interventi narrativi degli adulti, che stonano nel contesto giovanile. Musica sintetica in perfetta sintonia con le sequenze più dure e riuscite, che riesce a drammatizzare bene gli eventi narrati, rendendoli più intensi e angosciosi. Interessante l’uso del flashback e dei ricordi onirici, soprattutto per costruire il personaggio del ragazzino omosessuale e per giustificare il suicidio dopo una terribile sequenza di pestaggio resa con crudo realismo. Simone cita il cinema western con la sfida finale tra il protagonista e i bulli, sotto il sole di una periferia degradata, realizzando un mix ben strutturato che ricorda analoghe rese dei conti che abbiamo apprezzato nel cinema nero di Fernando di Leo.
Fuoco e fumo è cinema realistico, a metà strada tra il noir metropolitano e il romanzo di formazione. Difficile paragonarlo ai lavori precedenti di Stefano Simone, perché rispetto a Gli scacchi della vita - puro cinema fantastico - siamo su un piano narrativo del tutto diverso. Si apprezza lo stile del regista, nota positiva che delinea una certa continuità narrativa e una crescita da un punto di vista tecnico, ma si nota pure la mancanza di una solida sceneggiatura che avrebbe dato più forza alla pellicola. Un lavoro apprezzabile, interessante a livello sociale, un passo in avanti per il regista che si confronta con una complessa direzione degli attori e riesce a far recitare in maniera sufficiente un gruppo di giovani interpreti privi di esperienza. Restiamo in attesa di vedere Stefano Simone all’opera con un vero noir metropolitano, scritto senza fronzoli e dialoghi, cucito su misura per mettere in evidenza le sue doti narrative.


Il mio cinema, due volte a settimana, su Futuro Europa:
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martedì 3 gennaio 2017

Appunti su Massimo Dallamano







Massimo Dallamano (1917 - 1976) comincia come operatore di documentari e direttore della fotografia, prima di dedicarsi alla regia con una decina di pellicole abbastanza popolari. Ricordiamo l’erotico Le malizie di Venere (1969) con Laura Antonelli, il thriller Cosa avete fatto a Solange? (1972), il sexy Innocenza e turbamento (1974) e il poliziottesco La polizia chiede aiuto (1974). In questo pezzo parliamo di due pellicole ricche di riferimenti horror come Il Dio chiamato Dorian (1970) e Il medaglione insanguinato – Perché? (1975).




Il Dio chiamato Dorian (1970)  

Regia: Massimo Dallamano. Soggetto: Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde. Sceneggiatura: Marcello Coscia, Massimo Dallamano, Günter Ebert. Fotografia: Otello Spilla. Musica: Peppino De Luca, Carlos Pes. Montaggio: Leo Jahn, Nicholas Wentworth. Produzione: Samuel Z. Arkoff, Harry Alan Towers (Italia/ Germania/ Gran Bretagna). Interpreti: Helmut Berger, Herbert Lom, Richard Todd, Marie Liljedahl, Beryl Cunnigham, Margaret Lee, Isa Miranda, Eleonora Rossi Drago, Renato Romano, Stewart Black, Francesco Tens, Stefano Oppedisano, Renzo Marignano.  



Trama: Dorian, un bel giovane ricco e narcisista, ama Sybil, aspirante attrice. Il ragazzo posa per un ritratto che gli sta facendo il suo amico pittore Basil. Quando il ritratto finisce Dorian si rende conto  che lui dovrà invecchiare mentre il quadro resterà immutato nel tempo, ritraendo la sua bellezza. La notte stessa litiga con Sybil e la scaccia. Il mattino successivo scopre che la sua immagina nel ritratto appare leggermente stanca, come invecchiata. Dorian decide di nascondere il quadro e continua la sua vita viziosa, senza risparmiarsi. Invecchierà soltanto la sua immagine…  


La pellicola racconta la storia di Dorian Gray (Berger), ossessionato dalla possibilità di perdere la giovinezza e innamorato del suo ritratto, fino a vendere l’anima al diavolo per far invecchiare al suo posto il dipinto dall’amico pittore Basil (Todd). Dorian è un grande seduttore di uomini e donne, spinge al suicidio il suo unico vero amore che abbandona per un sogno di eterna giovinezza, commette omicidi e alla fine si suicida di fronte al ritratto divenuto mostruoso. Dallamano e Marcello Coscia realizzano la sceneggiatura di un film cupo e morboso, rielaborando Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde, ma in versione più ambigua e aggiornata rispetto al precedente lavoro di Albert Lewin (1945). Il cast è notevole, punta su un bello e maledetto come Helmut Berger, un vero e proprio angelo del male, ma anche su tante bellezze femminili come Marie Liljedahl, Margaret Lee, Beryl Cunningham e Maria Rohm. Non sono da sottovalutare le interpretazioni di Eleonora Rossi Drago e Isa Miranda. Ricordiamo misteriose soggettive iniziali e una suggestiva fotografia londinese, oltre a un’inquietante atmosfera onirica. Margaret Lee è un’affascinante e viziosa nobile che si invaghisce di Dorian, ma nella versione televisiva le concessioni erotiche sono minime, restano a livello di suggestione. Pellicola distrutta dalla censura - come accade al precedente Le malizie di Venere - per il tono cupo e l’erotismo malsano di cui è permeata. Helmut Berger è molto bravo nei panni di un mefistofelico amante assassino che concupisce le prede per poi liberarsene con efferati omicidi. L’attore austriaco è al suo quinto film italiano, dopo aver interpretato Le streghe (1967) e La caduta degli Dei (1970) di Luchino Visconti, ma anche i meno famosi I giovani tigri (1968) di Antonio Leonviola e Sai cosa faceva Stalin alle donne? (1968) di Maurizio Liverani. Il lancio definitivo era stato merito di Visconti e anche per questo motivo i giornali parlavano di una sua presunta ambiguità. Il suo personaggio è quello di un uomo perverso e affascinante, ma a un certo punto la sua vita diventa un incubo e viene assalito dal rimorso di aver perso l’unico vero amore. Il lato horror - misterioso viene sacrificato a vantaggio di una maggior attenzione al versante erotico. L’atmosfera è suggestiva, sia per la musica psichedelica anni Settanta, che per una commistione di temi che vanno dal fantastico - colto a una curata attenzione verso il mondo hippie e borghese del periodo storico. Fotografia anticata e nitida di Otello Spilla. Molto suggestivo l’incipit: “due mani tremanti, sporche di sangue, l’acqua che scorre da un rubinetto e cancella le tracce di un omicidio”. L’operazione estetica di Dallamano è difficile, se non impossibile. Il suo Dorian Gray non ha niente di innocente e di ingenuo, ma è un perverso Helmut Berger che si muove a suo agio nei night londinesi, subisce il fascino di uomini e donne, si lascia trasportare in una spirale di sesso e decadenza senza limiti. Molte le citazioni prese dall’opera di Oscar Wilde che impreziosiscono soggetto e sceneggiatura. Pare che il regista originario avrebbe dovuto essere Jesús Franco, per un film sicuramente nelle sue corde, soprattutto per le molte concessioni all’eros spinto, anche in versione omosessuale. incompiuto.


Il Dio chiamato Dorian è una pellicola sulla solitudine umana, esistenziale, psichedelica, che indaga sui fantasmi del passato e sulle colpe di un uomo che si è macchiato di delitti imperdonabili. La versione integrale del film è reperibile soltanto sul mercato tedesco. In Italia esistono diverse versioni, tutte più o meno tagliate, ma la più completa è uscita in dvd per Raro Video. Nel 2008 è uscita una produzione Minerva Video, facilmente reperibile. Nel 2012 è stata messa in commercio anche la colonna sonora del film, composta da Peppino De Luca e Carlos Pes, distribuita da CAM.


Il film presenta una location molto sfruttata del cinema italiano: Villa Giovannelli a Roma, un vero e proprio luogo comune del nostro cinema. Il Dio chiamato Dorian è il primo film girato in loco, ne seguiranno molti altri, da In nome del popolo italiano (1971) a Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005). Molte location esterne sono londinesi, rappresentano la parte più interessante del film che sfrutta al meglio l’ambientazione inglese. Per approfondire si consiglia di consultare il Davinotti on line.


Rassegna critica. Rudy Salvagnini (Dizionario dei film horror): “Curiosa versione de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde che punta, non senza fondamento, sull’erotismo e sulle depravazioni più che sull’orrore, restando quindi abbastanza in linea con gli intenti del romanzo. L’ambientazione contemporanea e la presenza del bello e maledetto per antonomasia - un Helmut Berger che sembra fatto apposta per il ruolo - rendono il film interessante, anche se l’andamento sin troppo prevedibile non aiuta” (due stelle e mezzo). Paolo Mereghetti: “I tempi non sono ancora maturi per un’operazione di aggiornamento del Dorian Gray classico, il risultato pare affrettato, superficiale, anche se non manca il divertimento pop, specie nell’uso delle attrici più attempate” (una stella e mezzo). Pino Farinotti concede due stelle ma non motiva. Filmscoop: “Il cast fa in pieno il suo dovere, il film è gradevole, si lascia guardare, ma non va oltre il mero esercizio di stile. Colpa di una trama risaputa che si discosta solo per un finale leggermente modificato”. Un film elegante, girato con cura, che concede molto all’exploitation e alla cultura psichedelica del periodo storico, ma non rinuncia a cercare la sua strada come pellicola d’autore. 


Il medaglione insanguinato – Perché? (1975) è interpretato da Richard Johnson, Joanna Cassidy, Nicoletta Elmi, Ida Galli, Edmund Purdom, Riccardo Garrone, Dana Ghia e Lila Kedrova. La storia narra le vicende di un regista inglese vedovo (Johnson) che sta girando un documentario sull’arte demoniaca, mentre la figlia (Elmi) viene catturata dalle forze maligne sprigionate da una pittura maledetta. La chiave del mistero sembra nascosta in un medaglione che il regista aveva regalato alla moglie e che adesso la bambina tiene con sé. La pellicola è ben diretta, ambientata nelle campagne umbre con gusto e suggestioni da horror edipico - satanico che rimandano con frequenza a L’esorcista (1973) di William Friedckin. Gli sceneggiatori sono Franco Marotta e Laura Toscano, oggi valenti autori di fiction televisiva. La fotografia è di Franco Delli Colli, mentre le ottime musiche sono di Stelvio Cipriani. Il film gode di una ben precisa originalità ed è caratterizzato da pregevoli parti oniriche che vedono protagonista Nicoletta Elmi (Emily). La piccola attrice è molto brava a tratteggiare il personaggio di una ragazzina innamorata del padre al punto di arrivare a uccidere tutte le compagne della sua vita. La pellicola si svolge tra Londra e Spoleto, ma è la cittadina umbra il luogo dell’orrore, tra vicoli stretti, antiche chiese cadenti e campagne nebbiose. La madre di Emily è morta bruciata, ma solo nel finale la bambina si rende conto che è stata lei a ucciderla, spinta dall’amore morboso per il padre. Il terribile abbraccio terminale tra Emily e il padre viene suggellato dalle parole: “Solo così potremo stare sempre insieme”. Una spada trafigge i due cuori in una stretta mortale. Un horror edipico in piena regola, cupo e disperato, inquietante e malinconico, che la stupenda colonna sonora di Stelvio Cipriani rende ancora più suggestivo. 


Il mio cinema, due volte a settimana, su Futuro Europa:
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