domenica 27 luglio 2014

La principessa nuda (1975)

di Cesare Canevari


Regia: Cesare Canevari. Soggetto: Antonio Lucarella. Sceneggiatura: Antonio Lucarella, Cesare Canevari. Fotografia. Claudio Catozzo (Telecolor). Montaggio: Cesare Canevari, Jolanda Adamo. Architetto, Scenografo, Costumista: Alberto Giromella. Musiche: Detto Mariano. Canzone: A beautiful lady, canta Hously Rose. Edizioni Musicali: S.A.A.R. (Milano).  Produzione: Andromeda srl. Direttore di Produzione: Ruggero Gorgoglione. Organizzatore: Gaspare Palumbo e Giuseppe Brizzi. Aiuto Regista: Daniele Sangiorgi. Teatri di Posa: Icet De Paolis spa. Esterni: Milano, Monza. Doppiaggio: Cooperativa di Lavoro Fono Roma, Cooperativa Doppiatori. Interpreti: Ajita (Wilson), Tina Aumont (Gladys), Jho Jhenkins, Rosa Daniels, Jon Lei, Walter Valdi, Achille Grioni, Franz Drago, Luigi Pistilli, Angelo Ciccone, Carmelita Curatolo, Tom Gerard, Corrado Nardi, Silvio Nobili, Franco Potron, Domenico Seren Gay, Luca Siloni.


La principessa nuda è il primo film interpretato (addirittura da protagonista) dal transessuale (operato) Ajita Wilson, che si ricorda per corpo statuario (un metro e ottanta di altezza) scolpito dal bisturi, seno posticcio, grande fotogenia e totale inespressività. Crediamo che l’interesse e l’alone di mistero di cui il film è ancora ammantato sia merito della Venere d’Ebano, che per anni ha giocato sul dubbio e non ha manifestato con chiarezza la sua ex mascolinità. Cesare Canevari (Milano, 1927 - 2012) ha fatto di meglio, basti pensare all’erotico patinato  Io Emmanuelle (1969) con l’intensa Erika Blank e allo stupendo western Matalo! (1970), ma anche di peggio, come il nazi erotico L’ultima orgia del II reich (1976), davvero fuori tempo massimo. Spesso anche montatore delle sue opere, soggettista, produttore e sceneggiatore, termina la carriera con Allarme nucleare (1979) e Delitto carnale (982).


La scritta che campeggia in apertura de La principessa nuda è quanto di più falso si possa immaginare, perché il film non è frutto di fantasia, ma si ispira alla vicenda di Elizabeth Bagaya de Toros, ministro e amante del dittatore ugandese Idi Amin Dada. Elizabeth venne destituita ed espulsa dal paese per una vicenda di foto erotiche scattate negli Stati Uniti e per aver avuto un rapporto sessuale con un diplomatico europeo in un bagno di Orly. 


La principessa nuda nasce come un film osteggiato dal governo ugandese che fa sapere di non gradire la trasposizione cinematografica della vicenda, ma Canevari e Lucarella sfruttano commercialmente la faccenda, parlando di minacce, di attori di colore che rifiutano le parti, di insopportabile clima di tensione intorno al loro lavoro. Fatto sta che il film incassa 400 milioni di lire, vuoi per la curiosità di vedere all’opera Ajita (presentata come Venere d’Ebano), vuoi per il clima di mistero che l’ufficio stampa riesce a creare. Il divieto ai minori di anni diciotto aumenta l’interesse per i cultori del cinema erotico. Canevari sceglie Ajita Wilson per il ruolo della protagonista, nonostante la totale inespressività del volto, perché aveva bisogno di una nera e vide la sua foto in un’agenzia. Era importante tenere nascosto il suo passato mascolino (aveva cambiato sesso a metà degli anni Settanta) e del fatto che fosse stata impegnata in alcuni spettacoli come travestito nel quartiere a luci rosse di New York.


Il film racconta la storia di un’affascinante ministro (Wilson) che viene spedita a Milano dal crudele dittatore Caboto - un nazista suggestionato dall’opera di Hitler - per convincere alcune aziende italiane a firmare un contratto di somministrazione di cemento e mattoni per la costruzione di case in cambio di prodotti locali. In Italia incontra un giornalista (Pistilli) che sa molte cose del suo scabroso passato e una spia americana che diventa la sua segretaria tuttofare (Aumont). Entrambi s’innamorano di lei, in maniera diversa, ma entrano in gioco anche diversi compatrioti che vorrebbero scioglierla dal legame con il dittatore per farla diventare paladina della libertà del popolo. 


Walter Valdi è l’industriale più grottesco, tipico commenda milanese, non insensibile al fascino della principessa, ma che chiama i neri vaka putanga (come nella canzone di Gaber) e pensa che portino ancora l’anello al naso. Canevari gira con il suo stile sporco, ricco di zumate e di primi piani, ma anche di flashback onirici, riprese estemporanee con la macchina a mano e di arditi piani sequenza, realizzando un lavoro a metà strada tra il politico - sociale e l’erotico estremo. Notiamo similitudini con Alberto Cavallone, sia per le tematiche che per il modo di affrontarle, anche quando il regista prende in giro l’arte moderna con la caratterizzazione di un pittore russo che compone opere viventi di body art a base di donne nude. 


Canevari ritrae le proteste di piazza degli studenti contro la mandataria del dittatore omicida premiata all’università e introduce come ricordi onirici immagini di stragi di massa che sembrano uscite da un mondo movie. Si riprende il vecchio discorso di Gualtiero Jacopetti, di un’Africa lasciata in balia di se stessa e dei signori della guerra (Africa addio). Molte scene erotiche, piatto forte del film, tra amori lesbici appena accennati con la Aumont, riti magici africani e una cruda sequenza di violenza carnale nel parco, con sodomizzazione della Wilson. La scena erotica più riuscita e conturbante vede protagonisti Wilson e Pistilli, per citare l’incontro amoroso realmente accaduto in un bagno tra la principessa e un cittadino europeo. 


Altre sequenze torbide sono molto cavalloniane, a partire dalla presenza di un nano erotico che se la fa con donne di colore e che s’invaghisce di Ajita. Notiamo suggestioni esotico-erotiche da Il Dio serpente di Piero Vivarelli, durante la sequenza tribale con donne nude indemoniate dopo un’evocazione alle divinità. Un flashback splatter - erotico (una fellatio simulata e il taglio del pene di un amante con un colpo di machete) riporta la principessa a un passato da schiava erotica dal quale decide di liberarsi con l’aiuto del giornalista. A parte alcune fantasie lesbiche di Tina Aumont, citiamo una lunga doccia nuda della Wilson che nasconde bene il passato androgino, anche se l’inespressività del volto resta il suo tratto più marcato. Il finale è affidato alla voce narrante. Tre anni dopo Caboto viene fucilato, la Taslamia è di nuovo libera, la principessa torna in patria, acclamata come la presidentessa nuda. A Milano, Pistilli - che ha fatto la buona azione di non pubblicare lo foto scandalo della principessa - è il nuovo direttore del giornale.


La critica. Marco Giusti (Stracult). “Istant-movie di Canevari basato sulla storia vera della principessa ugandese Elisabeth Cristobal Bagaya, amante del dittatore africano Idi Amin Dada. Notevolissimo. (…) Ajita Wilson e Tina Aumont sono fantastiche. Il film vanta molti fan”. Delirium: “Devi sperimentare questo tipo di cinema per crederci!”. Paolo Mereghetti (una stella): “All’inizio il tono è satirico, ma poi si sfalda tra voyeurismo, orge felliniane con nani, sequenze che non vanno da nessuna parte… momenti di comica assurdità, non sempre involontaria, anche se irrecuperabili… l’unica cosa importante è il pelo, come dice Pistilli”. Troppo duro. 


Condivido di più l’ampia trattazione di Roberto Cozzuol - Italia Film 1960 – 1990 (https://www.facebook.com/groups/560081527383095/) - che riporto: “Particolarmente riuscita (grazie anche alle musiche) la descrizione della Milano by night: un tripudio di luci a neon, locali notturni e pubblicità a iosa, dove si insinuano scene di malavita che paiono estrapolate da un poliziottesco. Modeste le interpretazioni. Per un regista, come Canevari, che ha sempre lavorato con budget ridotti o ridottissimi, questo La principessa nuda è perfino eccessivo in termini di povertà dei mezzi e delle idee sul copione; la sceneggiatura di Canevari e Antonio Lucarella (che pare prenda spunto da un fatto concretamente avvenuto e pertanto si premura di non fare cominciare il film prima di aver esplicitato con una didascalia che la storia è totalmente un prodotto di fantasia!) è stiracchiatissima, “spalmando” una trama minuscola su quasi cento minuti di pellicola. 


Inoltre, al di là dei nomi di Tina Aumont e di Luigi Pistilli, il cast risulta pressoché anonimo e a tutti gli effetti gli attori non sono eccezionali; qualcosa di buono si può dire delle musiche di Detto Mariano, anche se in una scena di ballo, improvvisamente, compare dal nulla una versione strumentale di Birthday dei Beatles, mai accreditata né sui titoli di testa, né su quelli di coda. Canevari si occupa anche del montaggio, curiosamente con lo pseudonimo (?) di Cesar Canevari (o si tratta di un semplice refuso di titolazione?); a risollevare dal nulla completo della trama e dal morboso erotismo/esotismo privo di reali contenuti, pure un po’ in odore di razzismo (alla Jacopetti e Prosperi, per intenderci), ecco che giungono le innegabili doti tecniche e visive del regista. La scena finale di sesso, girata col grandangolo ad amplificare la sensazione orgasmica o l’accoppiamento doppiato con versi di animali feroci sono sicuramente idee stimolanti; già meno intrigante pare l’idea di inserire una scena di orgia con tanto di nano, una bizzarra soluzione che richiama alla mente i deliri di Alberto Cavallone. Tanti nudi, tanto sesso abbastanza esplicito, dialoghi miserrimi e una storia, come già detto, proprio piccina piccina: non è questo il miglior Canevari”.


Storia modesta, sceneggiatura tirata via, montaggio e fotografia buoni, ottime musiche di Detto Mariano, interessante il tema sociale e l’accusa ai governi africani dittatoriali. Bravi Pistilli, Valdi e Aumont. Intrigante - nonostante tutto - il debutto della Wilson. Poco altro da salvare. Uscito in Spagna: La princesa desnuda, in Francia (1980) come Parties déchainées e in Germania come Black Magic.


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