mercoledì 8 febbraio 2012

Gattaca (1997)

Il Cinema di Claudia - 3


GATTACA
di Claudia Marinelli

Regia: Andrew Niccol

Soggetto: Andrew Niccol
Sceneggiatura: Andrew Niccol
Scenografia: Jan Roelfs (nominato agli oscar 1998)
Montaggio: Lisa Zeno Churgin
Fotografia: Slawomir Idziak
Musica: Michael Nyman
Genere: Fantascienza
Cast: Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law, Loren Dean, Alan Arkin, Gore Vidal
Produzione: U.S.A. 1997


Andrew Niccol, neo zelandese, (il suo ultimo film “In Time” uscirà nelle sale in Italia il 17 febbraio prossimo) con “Gattaca” esordisce alla regia del suo primo lungo metraggio, portandoci in un futuro alquanto prossimo.
La manipolazione genetica degli embrioni è una pratica accettata e i genitori possono scegliere di “migliorare” il genoma dei propri discendenti. La società è divisa in “validi”, coloro concepiti in provetta, con DNA manipolato e migliorato, e i “non validi” concepiti con metodo naturale. E anche se la discriminazione è illegale, di fatto i “non validi” sono relegati a fare i mestieri più umili.
Al “non valido” Vincent Freeman, Ethan Hawke, (non a caso il nome del personaggio significa “colui che vince ed è libero”) sono stati diagnosticati alla nascita un insieme di difetti e patologie che svilupperà durante la sua esistenza: miopia, problemi emotivi, e una sofferenza cardiaca che non gli permetterà di vivere oltre i trent’anni. Suo fratello minore Anton, (Lauren Dean) concepito in provetta, è praticamente perfetto. Vincent però cresce in buona salute e sogna di viaggiare nello spazio e di lavorare alla Gattaca Corporation. Ma come può Vincent ovviare ai controlli genetici e ai pregiudizi per diventare astronauta? L’unico modo possibile è farsi prestare l’identità di un “valido” con un profilo genetico superiore. Jerome Morrow (il cognome significa “il domani”), Jude Law, un “valido” ex campione di nuoto ora paraplegico a causa di un incidente, vende a Vincent il suo “materiale genetico”, urina, sangue, capelli ecc.. per passare tutti i test genetici ed essere assunto a Gattaca. Vincent eccelle nel suo lavoro e viene scelto per la missione di un anno su Titano, uno dei satelliti di Saturno. Ma una settimana prima della partenza un direttore di Gattaca è assassinato e nel corso delle indagini, dirette da Anton, che nel frattempo è diventato un poliziotto, e dal detective Hugo (il bravissimo Alan Arkin) viene rinvenuta una sopracciglia di Vincent. La caccia è aperta all’impostore “non valido”, che tutti credono sia anche l’assassino. Vincent riesce a evitare dei controlli mentre instaura un legame con Irene (Uma Thurman, il suo nome significa portatrice di pace), alla quale viene negata la possibilità dei viaggi interplanetari per un piccolo difetto al cuore. L’indagine si fa serrata ma, grazie all’aiuto di Irene, Vincent non è smascherato, mentre viene incriminato il vero colpevole: il responsabile del programma spaziale, che ha commesso il crimine per impedire al direttore assassinato di cancellare la missione su Titano. Vincent dovrebbe dunque partire per Titano, ma Anton, che lo ha riconosciuto vuole denunciarlo accusandolo di essere un impostore. I due fratelli si sfidano, come quando erano bambini, in una gara di nuoto e Vincent, nonostante un bagaglio genetico inferiore, riesce a vincere. Anton gli lascia così vivere la sua vita. Il giorno della partenza a sorpresa ecco che Vincent deve sottoporsi all’ultimo esame delle urine. Smascherato dal medico di Gattaca viene anche da questo aiutato. Il medico cancella i risultati e gli permette di partire. Si capisce che il medico ha sempre saputo quale era la vera identità di Vincent perché ha un figlio, un “valido” non perfettamente  riuscito, che lo ammira tantissimo per il fatto di aver realizzato il suo sogno anche se “non valido”. Vincent parte per il suo viaggio verso Titano, mentre Jerome decide di mettere fine alla sua vita dopo aver lasciato a Vincent abbastanza sangue e urine per tutta la vita.

Il film, realizzato mentre si stava mappando l’intero genoma umano, e uscito nelle sale pochi mesi dopo l’annuncio della nascita di Dolly, la prima pecora clonata, pone una serie di interrogativi tanto inquietanti quanto ancora attualissimi.
Sono i geni a decidere della nostra vita? Che peso ha il codice genetico sul nostro divenire o forse il nostro “destino”? Che cosa significa manipolare il DNA?  È giusto manipolarlo? Possiamo o dobbiamo interferire con la natura? E se decidiamo di interferire sul codice genetico dei nostri discendenti, quali saranno le conseguenze? Come scegliere quali embrioni manipolare ed eventualmente migliorare? E basta avere un DNA perfetto per essere perfetto? Per essere felice? E la perfezione che cosa è?
A distanza di 15 anni dall’uscita del film nelle sale, ancora non abbiamo una risposta sicura a tutte queste domande. 
Il film può avere più chiavi di lettura, a prescindere dall’ambientazione fantascientifica necessaria per la storia che Niccol voleva raccontare. 
I “validi” e “non validi” ci ricordano tristemente  le discriminazioni razziali, e le teorie sulla superiorità delle razze che cercavano dei fondamenti scientifici “obiettivi” quali ad esempio la circonferenza del cranio o l’altezza di un popolo rispetto a un altro. Teorie sempre molto controverse e oggi abbandonate, per fortuna. Nel futuro, una conseguenza della manipolazione genetica, potrebbe essere un tipo di razzismo fondato su basi scientifiche riconosciute come vere dalle comunità scientifiche del mondo. E vivere in un mondo simile non sarà certo facile per i meno dotati.
Chi deve decidere di potenziare o manipolare un embrione? Il film sembra dare una risposta chiara: i genitori. La scelta si fa liberamente, gli embrioni naturali fecondati e non manipolati, sono buttati perché “Non sono bambini,” dice il medico ai genitori di Vincent che desiderano manipolare il genoma di uno dei quattro embrioni fecondati, che diventerà poi Anton, “solo mere possibilità.” Ma gli interrogativi aperti sono tantissimi: quanto costerà manipolare i genomi? Solo le persone abbienti potranno farlo? Come sarà questa società del futuro? Solo i ricchi potranno avere bambini più dotati, più intelligenti? Il potere politico ed economico sarà di conseguenza gestito solo dalle persone ricche?
L’uomo è il fautore del  suo destino? Oppure ciò che è scritto nel nostro codice genetico determina tutte le nostre scelte? Nel mondo di Gattaca tutti, tranne Vincent e poi Jerome ed infine Irene, sembrano pensare che i geni siano l’unico fattore determinante del successo di un individuo. Basta dotare il bambino delle qualità genetiche giuste per far di lui una  persona “vincente”. La visione è molto deterministica e, visto che siamo in un film in cui il tempo della narrazione è limitato, senza  “sfaccettature”, ma riapre di sicuro l’interessante dibattito sull’importanza dell’educazione e dell’ambiente sociale sulle scelte degli uomini.
L’essere geneticamente senza difetti è la garanzia per la felicità? E la felicità che cosa è? I personaggi del film non sembrano felici. Il mondo presentato da Niccol è popolato da gente bella ma che ride pochissimo e non si tocca. I contatti umani sono formali e freddi. Solo Irene sorride a Vincent e si  lascia andare dopo aver capito che lui non è interessato al suo codice genetico, di cui lei è insoddisfatta. E scopriamo che Jerome non aveva avuto un incidente, ma aveva cercato in passato di suicidarsi perché era arrivato secondo nella gara di nuoto più importante della sua vita.
Vincent ha un sogno: volare nello spazio. Il suo sogno sembra irrealizzabile perché lui è nato “inferiore”, perché tutti sono convinti che i geni siano i soli responsabili del successo, perché nessuno valuta qualità che la scienza non può misurare, come la capacità di sacrificarsi e di credere nei  propri sogni, la forza di volontà, la tenacia, il profondo desiderio di migliorare, che permette di superare se stessi e di raggiungere obiettivi insperati. Eppure il “non valido” Vincent, a dispetto del suo perfetto fratello, e della società in cui vive,  riesce a diventare astronauta. Un dialogo alla fine del film forse sintetizza al meglio il pensiero del regista-sceneggiatore. Vincent partirà per Titano la mattina seguente e saluta Jerome sulla sedia a rotelle dicendogli: “Grazie.” Jerome risponde: “Ti ho solo prestato il mio corpo, tu mi hai prestato il tuo sogno.”
Se si nasce geneticamente perfetti, programmati per riuscire in tutto ciò che vogliamo realizzare, perché sognare? Forse è questo l’interrogativo più interessante che Niccol pone agli spettatori: perché  “conservare” l’uomo imperfetto? Perché salvarlo visto che è limitato? Jerome, il perfetto, colui che avrebbe dovuto vincere il campionato mondiale di nuoto, colui che era geneticamente concepito per realizzare il massimo realizzabile nello sport, e Vincent l’imperfetto che supera se stesso, ci danno la risposta: perché può sognare. Non sono forse i sogni, e la nostra capacità di realizzarli, ciò che ci distingue da qualsiasi altro essere vivente su questa Terra? Se eliminiamo i nostri difetti, sì forse saremo perfetti (ammesso  di sapere un giorno con precisione cosa “perfetto” significhi), ma elimineremo anche parte della nostra più profonda umanità. Per diventare che cosa? Il dibattito è aperto. 
La colonna sonora del film, scritta e diretta dal compositore inglese Michael Nyman è veramente bellissima. Il musicista ha recepito le tematiche profonde del film e ha saputo dotare le immagini di uno spessore particolare. 
E menzioniamo anche la scenografia, così essenziale, di Jan Roelfs, nomitato agli oscar. Ci possiamo solo rammaricare che non abbia vinto. 
Se vi piacciono le tematiche del film, vi consiglio di leggere un interessantissimo saggio che tratta dei problemi di manipolazione genetica e le sue conseguenze nella nostra vita presente e futura:  “Our Posthuman Future” di Francis Fukuyama. 

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